La Madonna al citofono

Il modo in cui la città ci parla ancora viene dalla strada e dalle finestre e per questo mentre scrivo, sento qualcuno chiedere l’elemosina, in un accento che non è il nostro e che dice, anzi urla, amplificato dalla geometria del vicolo, “buongiorno signora, grazie signora, ho fame signora, aiutatemi por favor signora” e quando non ce la fa più chiede una mano a Mario Merola e alla sua “Ave Maria“, diffusa da un mangianastri portatile. Mi chiedo: chi gli ha detto di sceglierla? Quale genio del marketing ha adattato la necessità fisiologica di cibo alla costruzione sociale del posto in cui vivo, permettendo loro di incrociarsi?
Le monetine fioccano dai balconi. Io contribuisco solo quando, al posto di Merola, diffondono Sergio Bruni e la sua Carmela, dunque al secondo giro: sì l’ammore è ‘o cuntrario da’ morte, e tu ‘o ssaje.
Lo so, rispondo al citofono, mi affaccio, pago l’obolo al ricordo, a chi in questo pomeriggio ha pensato bene di lasciarmi un post-it che si piange solo se nessuno vede, si strilla solo se nessuno ascolta, anche se non è acqua, non lo è, manco per un quarto. E poi, perché dovrebbe esserlo? Per rendere le cose più facili a qualcuno? 
Non è una cosa da niente, come si potrebbe obiettare, anche perché Bruni o Merola si alzano imperiosi sulle note diffuse da altri, balconi che propongono “L’amante no” della premiata coppia Raffaello e Annalisa, ad esempio, o voci che fatico a decifrare, ci metto troppo per essere ormai un autoctona, devo ancora affacciarmi per capire se, sopra le carte sporchissime del vicolo, si sta litigando o scherzando, e per cosa.
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C’è gente che non conosco che mi saluta quando esco al mattino, e ho le cuffiette per non sentire che il giorno è già cominciato.
Sorridono, mi accontento del labiale, non so chi siano se non facce poste dal caso sulla strada che faccio io.
Ce ne sono tante in questa città, qualunque strada sia stata la mia per qualche tempo continuato.
Il parcheggiatore abusivo di piazza Ponderico, ad esempio: ho cambiato tragitto e non l’ho più visto e con lui il barista di piazza Carlo III, la signora del basso.
Facce, posti, vuoti.
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Sergio Bruni ora sta fischiando, a me, per un poco ancora rosa, preta e stella, mentre piove e salgo su un bus abusivo che voi direte: sostieni l’illegalità? E io che me lo sono chiesta centoventicinque volte, spiego che è illegale, anzi, immorale, anche lasciare pezzi della stessa città a sé stessi, e poi lamentarsi  chè ci sono ghetti e posti dove chi viene da fuori è un intruso, e chissà adesso che vuole. Tu che vuoi? Nel bus abusivo le facce sono tutte come la mia, rivolte verso fuori e fuori c’è il carcere di Poggioreale o il Ponte di Casanova, con i suoi negozi che vendono stucchi e pitture e cornici dorate per televisioni al plasma e ancora, vestiti da cerimonia per uomo, articoli per la casa. E’ ingiusto dire che questa città non parla e non reagisce, penso. “Non ha più parole buone” sarebbe già più giusto “esattamente come me”, estremamente più corretto: vende quel poco che ha, chiede tutto il resto, e se non può averlo – che sia crisi o scarsa cura – se trova il modo per vivere comunque, c’è poi da biasimarla, da guardarla male? 
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Quando mi chiudo porte alle spalle, ad un piano alto per cui ciò che sento sono solo le auto, c’è un bar che mi manda ogni giorno, da un paio di mesi, il suo menù del giorno che posso ordinare con una telefonata. Non l’ho mai fatto, ma c’è da dire che leggo sempre la sua email, è la migliore che io abbia ricevuto negli ultimi tempi, perché mi dà il buongiorno, mi tiene aggiornata sulle offerte della cucina e poi ci tiene a farmi sapere che usa solo prodotti selezionati, e me li elenca, coi marchi, la freschezza e via dicendo. La cosa mi sembra di una gentilezza unica, di un ottimismo insperato: dovrei rispondergli solo per questo, per dirgli, caro bar, continua così. Sono certa che anche se stai in una strada dimenticata non so se da Dio ma di sicuro da chi amministra questa città, un giorno la tua cura – almeno nello scrivere, giacché non ho mai assaggiato altro che un caffé – sarà riconosciuta, avrà il grazie che merita, perché lo merita. Non hai avuto bisogno di fare engagemente online, non fai il fighetto su facebook, e no, non ti dedicheranno mai un servizio di Report, neppure per dir male di te, così come nessuno saprà dare il giusto peso ad un mendicante che ti chiede lo spicciolo credendo che una poesia trita e ritrita che ormai è un nonsense possa aiutarlo.
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Vorrei avere il cuore tenero per farlo io, ma sono solo una buona osservatrice di cose che vedo spesso. Il posto in cui vivo non è sulle mappe turistiche anche se dovrebbe, sapete: alle volte mi pare l’unico autentico che sia rimasto, almeno per capire, almeno per non sentirci in grado di giudicare, almeno per dirci che Napoli, una volta, l’abbiamo vista. 
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TIZIANUCCIO ULTIMATE – Per un’esegesi di TZN
Progetti per l’inverno: trovare il numero di cellulare di Tiziano Ferro.

Nei miei progetti per l’inverno – abbiamo bisogno di progettualità, ragazzi – c’è la ricerca del contatto telefonico di Tizianuccio, così cadenzato: 

  1. Fine novembre: scremare i miei contatti di Facebook sulla base di una potenziale conoscenza del Tiziano nazionale;
  2. Inizio dicembre: sottoporre i contatti rimasti ad un attento colloquio psicoattitudinale in cui io dico un verso di canzone e loro rispondono con il giusto seguito; 
  3. Metà dicembre: instillare nei contatti che hanno superato la dura prova la volontà di entrare in contatto con la zia, la nonna, l’amica di famiglia di Tiziano;
  4. Antiviglia: avere il numero di Tiziano Ferro;
  5. Natale:  Telefonargli. Se non risponde inviargli un sms con scritto: “il regalo mio più grande, eeeeh eh eh eeeh”; 
  6. Capodanno: Ritelefonargli. E stavolta, alla sua risposta, dopo l’iniziale imbarazzo, chiedergli se ha mai pensato di versarmi una quota parte di diritti d’autore.

Perché io a Tiziano Ferro voglio bene. Cioè, sono molto fiera di lui e della sua faccella sofferta. Gli intellettuali del cazzo che ne dicono male li prenderei a selciate uno ad uno mentre il nostro canta Le passanti di De André. Però non sono molto d’accordo con la pubblicazione di un Greatest Hits. Perché la verità è che quello che ci voleva non è una raccolta di tutti i successi: è un successo unico e solo che racchiuda tutta la filosofia del nostro.

 E niente, gliel’ho scritto io, per il bene nostro e di tutta la sua santa chiesa. (La cosa è canticchiabile sulla base di “Ed ero contentissimo”

Tiziano mai gritte, da un'idea malsana di Fran De Martino

Ed ero il re con delle isole negli occhi in una foto di Paola (oh, Paola) 

Ovvero la tematica della fine di una storia dopo uno sbaglio di prenotazione, perché l’amore è una cosa semplice,

ma prova a sgarrare sull’albergo in una città del nord Europa nota anche per la sua apertura politica 

Ora che sono un po’ solo
troppo stanco e troppo buono
sposto tutti i mobili che in casa hai

(qui il Nostro ci espone un problema topico della sua poetica: l’esigenza di fare cose, qualunque cosa, farsi venire anche il ballo di San Vito, tutto pur di non soccombere al dolore.

La regola, infatti, è MINIMIZZARE e PROCEDERE cui segue, ovviamente … ) 
Ora che arriverà la fine
ma che non sarà la fine
Dimmi quale male mi farai

(… la fase depressiva, quella dubbiosa e  infine quella richiedente, come nella migliore delle tradizioni premestruo)

Un giorno dici che il sole esiste
Un giorno dici che poi si è spento
Un giorno che ora nessuno ti citofona più
Un giorno tu scatti foto
Il giorno dopo hai messo in moto
Ridendo e ti scorderai di me
mentre piove i profili e le case ricordano teeeeeee

(Il Tiziano nazionale, dovete sapere, dà sempre prima la colpa agli altri che sbagliano, non capiscono, non si rendono conto, dimenticano, fuggono, ma in fin dei conti …)
Ed ero contentissimo
l’ultima notte al mondo con delle isole negli occhi
e pure Paola, pure lei era contentissima quando guardando
Amsterdam mica le importava
della pioggia che cadeva solo una candela
e fuori è buio,
e sì, comunque tardi o prima lo farò
anche se non te l’ho mai detto dentro urlavo Dio dovevo cercare meglio su Trip Advisor
Paura, tanta paura

(In fin dei conti, Tiziano sa che la responsabilità è tutta sua ed è terrorizzato dalle sue colpe da cui tuttavia non rifugge. Perché lui sa che c’è ancora tempo e modo di recuperare, vediamo come)

Ho venduto casa libri auto viaggi fogli di giornale
Ma qualcosa che non torna c’è
C’è che Paola più non risponde
nella chat e ne ha ben donde
Ma convincendola forse potrei

(Il nostro ha tante abilità a sua disposizione, tra cui 1)la dissimulazione)

Forse potrei fare un bel film
Forse potrei arrivare a Natale
Forse potrei col regalo mio più grande
dire che sono il re
Io sono il re

(2) le manie di grandezza)

Ed ero contentissimo
l’ultima notte al mondo con delle isole negli occhi
e pure Paola, pure lei era contentissima quando guardando
Amsterdam mica le importava
della pioggia che cadeva solo una candela
e fuori è buio,
e sì, comunque tardi o prima lo farò
anche se non te l’ho mai detto ma dentro urlavo dio dovevo cercare meglio su Trip Advisor
Paura, tanta paura

(C’è poi una leggerissima sindrome tafazziana: al Nostro piace giocare con le crosticine sui gomiti e sulle ginocchia. Per cui un momento è certo certissimo di farcela, progetta, fa voli pindarici, è felice e quello dopo eccalà, ci è ricaduto ma….)

Perché amore, amore è andato e non me lo so spiegare io
e sì, comunque tardi o prima lo farò
anche se non te l’ho mai detto ma dentro urlavo Dio dovevo cercare meglio su Trip Advisor
Tu come stai? Bene. Io come sto? Boh!

(…Ma, per fortuna, nella strofa finale Tizianuccio si dà ad un semiparlato autocritico e sincero che ce lo fa amare una volta in più, una in più perché la verità è che Tiziano è tutti noi e tutti noi, almeno una volta nella vita, siamo stati Tiziano. )

 

 

In foto il capolavoro di Fran De Martino, un “Tiziano Mai Gritte” che cade dal cielo perché pensavo che è inutile farneticare fingere di stare bene quando è inverno e lui non ci ha dato ancora la canzone strappacuore di sempre, nananà nanana. 

Kafka, la bambola e il fatto che se la bambina fossi stata io, gli sarebbe venuta una crisi

Una settimana fa, anzi, più di una settimana fa (ho cattivi rapporti con il tempo, sia noto) ho rivisto un mio professore, amatissimo. Sono molti i motivi per cui sono molto felice d’essere stata sua allieva, uno dei tanti è che ogni volta che lo incontro mi ricorda esattamente il perché.
Ad esempio, una settimana fa anzi più di una settimana, mentre parlava di griglie e tabelle e piani da far combaciare ha tirato fuori e uniformato al discorso, un racconto di Paul Auster tratto dalle “Follie di Brooklyn”, la storia di Kafka e la Bambola.

Ovvero:

Kafka malato e certo che gli resti poco da vivere nella Berlino di carestie e violenze, tutti i pomeriggi va a fare una passeggiata nel parco con la sua fidanzata. Un giorno incontra una bambina, che piange come un vitello. Kafka le chiede cosa c’è che non va e la bambina risponde che ha perso la sua bambola. Allora lo sapete come fanno i grandi coi più piccoli, s’inventano una storia per spiegare le cose che spiegazioni non ne hanno. C’è da dire che Kafka aveva dalla sua la scrittura che, diciamolo chiaramente, non è altro che la capacità di fare di qualsiasi stronzata, una storia plausibile. Quindi dice alla bambina che la bambola è andata a farsi un giro, e lui lo sa perché la bambola gli ha scritto una lettera che, nel caso, può portare come prova. Quindi il nostro torna a casa, e pur non volendo mentire alla criatura, edulcora leggermente la realtà con la scusa che le leggi della narrativa sono sicuramente più giuste di quelle della vita. Quindi: la bambola non è andata perduta per un fortuito crudele caso, la bambola ha avuto bisogno di muoversi, di conoscere il mondo e le persone, ma questo non mette in discussione l’affetto e la gratitudine, anzi, la bambola scriverà alla bambina ogni giorno, raccontandole tutto quello che sta facendo.

La bambina prende per buona questa versione.

Kafka pure.

Nel senso che davvero si piazza lì e per tre settimane, 21 giorni 21, tra malattie, affanni, fidanzata e certezza che gli resta poco da vivere, scrive lettere pensandosi come un oggettino dalle guance rosate, poi le recapita ad una bambina del tutto sconosciuta, un esserino sconsolato incontrato per puro caso, di quelli che ci dovessero capitare su un tram domani mattina, penseremmo “ma non gli si può comprare un’altra pupatella, ‘a sta criatura?”.

Nelle lettere la bambola va a scuola, conosce il mondo e le persone: in parole povere cresce. E continua a volere bene alla bambina, ma ogni tanto butta lì la zeppata sull’impossibilità del ritorno. E a quel punto, con estrema cura, per preparare l’infante alla definitiva sparizione, Kafka ci mette di mezzo l’amore. Nel senso che la bambola s’è innamorata: c’è prima una festa di fidanzamento, poi le nozze in campagna e poi un marito a cui pensare. L’addio sembra più giusto così, almeno alla bambina, che salutata come una “vecchia e affezionata amica” s’accorge di non sentire più la mancanza della bambola e di poter gioire per la sua felicità.
Kafka le ha reso comprensibile l’abbandono, insomma, cosa che sfido io. Di più: vi ha trovato una giustificazione.

Però*.

* però mentre il mio professore raccontava questa storia e io gli volevo molto bene, e anche nei giorni successivi, quando mi capitava di ripensarci, io non ho potuto fare a meno di dirmi che, fossi stata io la bambina,


1) col cazzo che mi mettevo lì e per 21 giorni leggevo le lettere della bambola. Al primo accenno su un mancato ritorno dicevo, Uè Franz, piglia carta e penna e scrivi: “Cara bambola, sono molto molto felice per te, t’appost, c”a verimm”;


2) probabilmente subito dopo sarei fuggita in lacrime scossa non solo dalla perdita ma anche dal fatto che mentre io mi sbattevo, la bambola stava benissimo a fare i fatti suoi per poi scrivermi per interposta persona;


3) e a Kafka sarebbe venuta una crisi;


4) E io, in quanto bambina osservatrice e comprensiva nonostante il sacrosanto diritto di non vedere e non comprendere, gli avrei detto, povero povero Franz, non ti preoccupare, ci credo alla storia della bambola, su, dico seriamente, va tutto bene, anzi, scusa scusa scusa, adesso dai, torna a casa e mettiti a letto;


5) Fino al giorno in cui la bambola non sarebbe ricomparsa, dall’anfratto in cui l’avevo smarrita, e avrei capito, probabilmente troppo presto, che no, io e il mondo e le persone dobbiamo tenerci a debita distanza. Quindi, vieni bambola, mio caro oggetto inanimato che se perdo o si rompe posso dire, bah, cose che capitano senza dovermi prendere per culo da sola, andiamo.