12 di 12 – Un anno vissuto pericolosamente

Mentre la mia vicina di casa litiga con il marito che non vuole aprirle la porta, il pescivendolo mi dice che per ordinare tutto l’occorrente per la frittura non basta una telefonata e il brindisi aziendale incombe, voglio provare a rinegoziare con me stessa la portata degli avvenimenti degli ultimi 12 mesi compreso il corrente. Se la cosa mi riesce, e non è detto, mi aspetto lo stesso plauso riservato ad Obama all’annuncio del ripristino dei rapporti con Cuba.  

Eccovi un suggerimento per i titoli dei giornali:

- Raffaella R. Ferré dichiara che l’anno di merda che ha avuto non è stato poi così male. 

- Veramente ho detto “cacca” (cit.)

- Fa sempre 71.  (doppia cit.)

Il 2014, preso nella sua interezza come consideravo qualche settimana fa, assomiglia ad un tram preso di faccia. Però era un tram napoletano. Che ci aveva messo un tempo immemore ad arrivare, e che quando è arrivato era stracarico. E, infine, su Piazza Nazionale, aveva rallentato quel tanto che bastava per appigliarmi. Per i non autoctoni, immaginate una piazza, la peggiore che la vostra memoria vi permetta. Stringetela in una cinta di auto e motorini. Fateci passare due linee curve di binario sulla sommità nordorientale. Aggiungete qualche obbrobrio urbano che nasconde ogni evoluzione possibile a più di venti metri da dove siete. Piazzateci al centro, lì, in mezzo proprio, un paio di simpatici amici senza casa. Una decina di bambini portati a pascolare anche, sì, metteteli lì. Spruzzate cani, escrementi di cani, altri esponenti del regno animale vivi e morti, andateci giù pesante.  E infine fate stazionare il tutto tra un muretto,una panchina di cemento e 1325 bar centri scommesse farmacie. Fate tutto questo in memoria di me, la donna che alle volte vi riscontra poesia urbana, proletaria quanto basta, in alcuni momenti addirittura innamorata. E senza aver assunto dell’alcol prima. 

Allegriah!

Comunque, il tram. Capirete che prendersela con qualcuno o qualcosa è semimpossibile, a meno che non si voglia passare per il pazzerello di turno che urla contro la società postindustriale. Quindi il mio mantra del 2014 è stato, più o meno, “prendiamocela come viene”. Che il tram non si chiami più “desiderio” ma almeno “stretto indispensabile”. E che riparta o si fermi o ti arrivi di faccia, perché il tragitto che fa non porta a nessun’altra destinazione che non sia: “Credimi, è meglio così“. Prego scendere.

Scendiamo.

Meglio così. 

Ci sono dei biscotti della Galbusera che hanno proprio questo nome. Ogni volta che li mangio mi pare di prendermi per culo da sola. Meglio così. Col cazzo che è meglio! Perché non ci sono dei biscotti che si chiamano “Impossibilità di prendersela con qualcuno o qualcosa però se mi mangi gli zuccheri complessi agiranno da stabilizzatori”? Secondo me avrebbero un mercato. Se qualcuno usa questa idea è pregato di versarmi i diritti d’autore. 

Ma veniamo a noi, la pianto di fare battute e comincio con le cose importanti: le domande. Insomma, ditemi, e fatemi sentire meno sola in questo mio guscio da crostaceo, che lo fate anche voi questo fatto di mettervi da un canto e aspettare che passi. No, perché io ci ho passato gli ultimi 12 mesi. E nel mentre che aspettavo, credo – potrei sbagliarmi ma credo – che sia sembrato che io stessi eroicamente resistendo ma il punto è che non credo di aver avuto altra alternativa. Condannata al movimento nel film dell’orrore urbano di cui sopra, posso allora solo dirmi fortunata di avere avuto, come per ogni pellicola di genere che abbia l’aspirazione di restare nella memoria degli appassionati, una colonna sonora di  tutto rispetto. Pensateci: Profondo Rosso, Psyco, Scream, pure Gomorra la serie, la musica non è mancata.

Ecco, allora, quella del mio 2014, divisa per mesi e momenti, alcuni di ispirazione chiaramente extradiegetica.

2014

a year directed by David Lynch

Alzate il volume, ci sarà da ballare (o quanto meno da muoversi ritmicamente mentre cercate di abbassare le vostre aspettative su voi stessi, i vostri sogni e sulla vita nel mondo che verrà, amen) Creep

Gennaio, tempo in cui compivo 31 anni e avevo dubbi anche su cosa ordinare al bar il venerdì sera: i God Help The Girl nella versione di Fanny Therese Schmid,  un testo che ho approvato e sottoscritto.  Avevo bisogno di consigli. Avevo bisogno di essere tenuta stretta. Ma più di tutto avevo bisogno di ricordare che “I was an ace when I was young, I learned to dance, I didn’t have to learn, I was a case when I grew up, a case of hope crashing to the ground”;

Febbraio, ovvero il mese in cui volevo tatuarmi parte del testo di “Come undone“, Robbie Williams, sulla schiena: ero e resto convinta che se lo avessi fatto i fiori sarebbero fioriti, gli uccellini avrebbero cinguettato, la temperatura media si sarebbe attestata sui 24 gradi centigradi e il mondo avrebbe conosciuto la pace cosmica. 

Marzo, ovvero Comfortably Numb nell’unica versione possibile, quella di Roger Waters e Van Morrison, The Band per capirci nel live del World Memorial Fund For Disaster Relief: l’insensibilità può essere piacevole e ricercata come un’emozione,  più di un’emozione? Se qualcuno o qualcosa vi promettesse di accollarsi le tristezze, le ansie, di chiuderle tutte in un pugno che si stringe e non si riapre, in un abbraccio, accettereste? Nel marzo 2014 io ho risposto sì a due persone. Entrambe mi hanno sorriso, entrambe mi hanno promesso sorrisi. Oggi che da quei giorni è passato abbastanza tempo per poterli guardare in prospettiva, posso dire solo una cosa: grazie.

AprileMinistri - Spingere – Per un passato migliore. Tornavo alla vita di tutti i giorni ed era un problema anche mettermi le scarpe senza chiedermene l’utilità. Tutti mi dicevano: forza! Me lo dicevo anche da sola, quindi non è che ci sia da vergognarsi. Le intenzioni erano le migliori, eh. E poteva anche sembrare, nel mentre, che io fossi forte per davvero, fortissima, solo perché non svenivo (non pubblicamente). Poteva sembrare anche che giacché avevo ancora, maledizione, ancora, una faccella carina, dei libri da leggere, qualcosa da scrivere, delle cose da fare e una segreta speranza, una linguetta per tirarmi via la corazza quando era il momento, che in fondo anche le cose più difficili erano state, per me, una semplice cacchetta negli occhi di Dio che da qualche punto doveva pur stare a guardare, senza fare assolutamente niente. Non era così. 

Maggio, giorni in cui ho voluto un bene dell’anima a Linda Ronstadt, per la versione ballabile e cantabile di quel capolavoro di Cat Stevens che si chiama First Cut is the Deepest: capitemi, lei è una ragazzina coi jeans, la camicetta bianca e un taglio di capelli opinabile. Ha un coro di superbone con magliette che lasciano scoperta la pancia piatta, la capigliatura afro e i labbroni che ti chiedi perché non siano loro a cantare. Poi Linda timida timida si avvicina al microfono e capisci: era l’unica che con cognizione di causa poteva mettersi lì è spiegare a mezzo mondo – che intanto ha preso a muovere i fianchi – cosa significa che sì, puoi provare ad amare di nuovo e ancora, certo, anzi, sicuro lo farai, ma baby, the first cut is the deepest, per poi fare un inchino e scapparsene dal palco come si conviene a tutte le damigelle ottocentesche prestate a questi crudeli anni duemila.   

Giugnomese in cui ho tentato disperatamente di esorcizzare il testo di una canzone per quella storia che le parole, ripetute più e più volte, finiscono per non significare più assolutamente niente: la sfida riguardava gli Arctic Monkeys con “Love is a laserquest“. La cosa mi ha impegnato per un bel po’, tra bagni in piscina, treni ad alta velocità e prime bevute estive, al punto che quel mese è stato il primo in cui ho ripreso a ragionare. 

Luglio, ovvero siccome che poi l’estate arriva e con lei le serate ai cineforum di provincia: tornarono anche gli MGMT con Time to Pretend: quel testo è l’unico che mi sento estremamente vicino ancora oggi, in certe serate in cui ordino il secondo giro di Long Island e va tutto estremamente bene. 

Agosto è semplice: era un mondo difficile e vita intensa (sì, felicità a momenti e futuro incerto, il fuoco e l’acqua, con certa calma, serata di vento). E nostra piccola vita, e nostro grande cuore. Tonino CarotoneMe Cago En El Amor

Settembre, ovvero la sottoscritta che non aveva capito. Una mattina, poi, che era sabato e le era finalmente chiaro tutto o quasi, la casa era vuota e lei aveva bisogno di parlare con qualcuno. Quindi ha detto “e dunque?” alla tazzina del caffè. In sottofondo c’era Alanis Morisette scavata da una qualunque delle adolescenze che si rispettino. Cantava That I would be good. Bisognerebbe inviarle un ringraziamento ufficiale, magari lo faccio. Scrivo a lei e Lino Banfi e li ringrazio per avermi saputo ripigliare nei momenti in cui manco il Dalai Lama. 

Ottobre, sentirsi – per elezione – la ragazza che quando non vuole dar confidenza parla nel dialetto della sua provincia e non si far capire, ma per principio ti lascia intendere che non c’è modo di toccarla se non riesci a capire che vuole solo essere lasciata in pace, in compagnia di Marx ed Engels per un po’, a scrivere proprio come si addice allo stile di ogni “riot girl”. Loro sono i Belle And Sebastian. 

Novembre, cioè il mese che meriterebbe un album intero, TheGiornalisti, Fuoricampo. Fatevi un regalo e ascoltatelo. Ma se non avete tempo ora, potete immaginare la Promiscuità del camminare per il centro direzionale cantandola. Sì, potete immaginare anche gli inconvenienti intercorsi. In ogni caso non avrete mai idea della sofferenza di linkare una sola delle loro canzoni senza le quali mi sarei sentita sicuramente meno compresa. 

Dicembre, mese in corso, di cui chi mi conosce sa i risvolti (e tutti gli altri possono immaginarli date le premesse). L’unica canzone possibile, che mi riprende ogni mattina, è di Sia e si chiama Chandelier. Sì, esatto, quella in cui canta: “sto aspettando una vita migliore, non abbasserò lo sguardo, non aprirò gli occhi, terrò il bicchiere pieno fino al mattino, perché sto solo aspettando stanotte” ovvero i miei buoni propositi del 2014.

Per il 2015, vorrei migliorarli, dirmi che la vita che ho fatto, per quanto sia stata ingiusta o cattiva, è la mia, e che così come posso vedere – per bene, in prospettiva – i momenti in cui ho fatto degli sbagli, posso anche tenere conto dei momenti positivi. E dunque chiudo questo post con un altra canzone, tre minuti e trentaquattro secondi per dire tutto di me, slow down, you crazy child., cose che mi ripeto da trent’anni e son sempre state una bacchettata sulle mani, me che tranquilla lo sono solo quando decido io e di norma è un fatto preoccupante, me furestica, me culo e’ malassietto, me e tutti i nomi che mi hanno dato. Ci sono sempre stati versi di questa canzone che mi sarei tatuata sui polsi, così per mostrarli alla vita, a dirle: capiamoci subito. Appunti per me su di me, e magari l’anno che viene è il momento giusto per metterle in pratica.

Intanto un sorriso e nessuna parola va a chi mi è stato ed è vicino: è grazie a loro se oggi sono qui, con un vestito bluette da quirinalista, i capelli stretti in uno chignon e una penna, ad esaminare con calma e raziocinio quello che mi è capitato. Perché se la vita, come diceva Lennon, è quella cosa che ti accade mentre sei occupata a fare altro, mentre la mia accadeva, e faceva anche discretamente schifo, io ero occupata a ridere con i miei amici.

E i miei amici, loro, erano occupati ad avere a che fare con una tigre. 

 


La Madonna al citofono

Il modo in cui la città ci parla ancora viene dalla strada e dalle finestre e per questo mentre scrivo, sento qualcuno chiedere l’elemosina, in un accento che non è il nostro e che dice, anzi urla, amplificato dalla geometria del vicolo, “buongiorno signora, grazie signora, ho fame signora, aiutatemi por favor signora” e quando non ce la fa più chiede una mano a Mario Merola e alla sua “Ave Maria“, diffusa da un mangianastri portatile. Mi chiedo: chi gli ha detto di sceglierla? Quale genio del marketing ha adattato la necessità fisiologica di cibo alla costruzione sociale del posto in cui vivo, permettendo loro di incrociarsi?
Le monetine fioccano dai balconi. Io contribuisco solo quando, al posto di Merola, diffondono Sergio Bruni e la sua Carmela, dunque al secondo giro: sì l’ammore è ‘o cuntrario da’ morte, e tu ‘o ssaje.
Lo so, rispondo al citofono, mi affaccio, pago l’obolo al ricordo, a chi in questo pomeriggio ha pensato bene di lasciarmi un post-it che si piange solo se nessuno vede, si strilla solo se nessuno ascolta, anche se non è acqua, non lo è, manco per un quarto. E poi, perché dovrebbe esserlo? Per rendere le cose più facili a qualcuno? 
Non è una cosa da niente, come si potrebbe obiettare, anche perché Bruni o Merola si alzano imperiosi sulle note diffuse da altri, balconi che propongono “L’amante no” della premiata coppia Raffaello e Annalisa, ad esempio, o voci che fatico a decifrare, ci metto troppo per essere ormai un autoctona, devo ancora affacciarmi per capire se, sopra le carte sporchissime del vicolo, si sta litigando o scherzando, e per cosa.
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C’è gente che non conosco che mi saluta quando esco al mattino, e ho le cuffiette per non sentire che il giorno è già cominciato.
Sorridono, mi accontento del labiale, non so chi siano se non facce poste dal caso sulla strada che faccio io.
Ce ne sono tante in questa città, qualunque strada sia stata la mia per qualche tempo continuato.
Il parcheggiatore abusivo di piazza Ponderico, ad esempio: ho cambiato tragitto e non l’ho più visto e con lui il barista di piazza Carlo III, la signora del basso.
Facce, posti, vuoti.
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Sergio Bruni ora sta fischiando, a me, per un poco ancora rosa, preta e stella, mentre piove e salgo su un bus abusivo che voi direte: sostieni l’illegalità? E io che me lo sono chiesta centoventicinque volte, spiego che è illegale, anzi, immorale, anche lasciare pezzi della stessa città a sé stessi, e poi lamentarsi  chè ci sono ghetti e posti dove chi viene da fuori è un intruso, e chissà adesso che vuole. Tu che vuoi? Nel bus abusivo le facce sono tutte come la mia, rivolte verso fuori e fuori c’è il carcere di Poggioreale o il Ponte di Casanova, con i suoi negozi che vendono stucchi e pitture e cornici dorate per televisioni al plasma e ancora, vestiti da cerimonia per uomo, articoli per la casa. E’ ingiusto dire che questa città non parla e non reagisce, penso. “Non ha più parole buone” sarebbe già più giusto “esattamente come me”, estremamente più corretto: vende quel poco che ha, chiede tutto il resto, e se non può averlo – che sia crisi o scarsa cura – se trova il modo per vivere comunque, c’è poi da biasimarla, da guardarla male? 
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Quando mi chiudo porte alle spalle, ad un piano alto per cui ciò che sento sono solo le auto, c’è un bar che mi manda ogni giorno, da un paio di mesi, il suo menù del giorno che posso ordinare con una telefonata. Non l’ho mai fatto, ma c’è da dire che leggo sempre la sua email, è la migliore che io abbia ricevuto negli ultimi tempi, perché mi dà il buongiorno, mi tiene aggiornata sulle offerte della cucina e poi ci tiene a farmi sapere che usa solo prodotti selezionati, e me li elenca, coi marchi, la freschezza e via dicendo. La cosa mi sembra di una gentilezza unica, di un ottimismo insperato: dovrei rispondergli solo per questo, per dirgli, caro bar, continua così. Sono certa che anche se stai in una strada dimenticata non so se da Dio ma di sicuro da chi amministra questa città, un giorno la tua cura – almeno nello scrivere, giacché non ho mai assaggiato altro che un caffé – sarà riconosciuta, avrà il grazie che merita, perché lo merita. Non hai avuto bisogno di fare engagemente online, non fai il fighetto su facebook, e no, non ti dedicheranno mai un servizio di Report, neppure per dir male di te, così come nessuno saprà dare il giusto peso ad un mendicante che ti chiede lo spicciolo credendo che una poesia trita e ritrita che ormai è un nonsense possa aiutarlo.
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Vorrei avere il cuore tenero per farlo io, ma sono solo una buona osservatrice di cose che vedo spesso. Il posto in cui vivo non è sulle mappe turistiche anche se dovrebbe, sapete: alle volte mi pare l’unico autentico che sia rimasto, almeno per capire, almeno per non sentirci in grado di giudicare, almeno per dirci che Napoli, una volta, l’abbiamo vista. 
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TIZIANUCCIO ULTIMATE – Per un’esegesi di TZN
Progetti per l’inverno: trovare il numero di cellulare di Tiziano Ferro.

Nei miei progetti per l’inverno – abbiamo bisogno di progettualità, ragazzi – c’è la ricerca del contatto telefonico di Tizianuccio, così cadenzato: 

  1. Fine novembre: scremare i miei contatti di Facebook sulla base di una potenziale conoscenza del Tiziano nazionale;
  2. Inizio dicembre: sottoporre i contatti rimasti ad un attento colloquio psicoattitudinale in cui io dico un verso di canzone e loro rispondono con il giusto seguito; 
  3. Metà dicembre: instillare nei contatti che hanno superato la dura prova la volontà di entrare in contatto con la zia, la nonna, l’amica di famiglia di Tiziano;
  4. Antiviglia: avere il numero di Tiziano Ferro;
  5. Natale:  Telefonargli. Se non risponde inviargli un sms con scritto: “il regalo mio più grande, eeeeh eh eh eeeh”; 
  6. Capodanno: Ritelefonargli. E stavolta, alla sua risposta, dopo l’iniziale imbarazzo, chiedergli se ha mai pensato di versarmi una quota parte di diritti d’autore.

Perché io a Tiziano Ferro voglio bene. Cioè, sono molto fiera di lui e della sua faccella sofferta. Gli intellettuali del cazzo che ne dicono male li prenderei a selciate uno ad uno mentre il nostro canta Le passanti di De André. Però non sono molto d’accordo con la pubblicazione di un Greatest Hits. Perché la verità è che quello che ci voleva non è una raccolta di tutti i successi: è un successo unico e solo che racchiuda tutta la filosofia del nostro.

 E niente, gliel’ho scritto io, per il bene nostro e di tutta la sua santa chiesa. (La cosa è canticchiabile sulla base di “Ed ero contentissimo”

Tiziano mai gritte, da un'idea malsana di Fran De Martino

Ed ero il re con delle isole negli occhi in una foto di Paola (oh, Paola) 

Ovvero la tematica della fine di una storia dopo uno sbaglio di prenotazione, perché l’amore è una cosa semplice,

ma prova a sgarrare sull’albergo in una città del nord Europa nota anche per la sua apertura politica 

Ora che sono un po’ solo
troppo stanco e troppo buono
sposto tutti i mobili che in casa hai

(qui il Nostro ci espone un problema topico della sua poetica: l’esigenza di fare cose, qualunque cosa, farsi venire anche il ballo di San Vito, tutto pur di non soccombere al dolore.

La regola, infatti, è MINIMIZZARE e PROCEDERE cui segue, ovviamente … ) 
Ora che arriverà la fine
ma che non sarà la fine
Dimmi quale male mi farai

(… la fase depressiva, quella dubbiosa e  infine quella richiedente, come nella migliore delle tradizioni premestruo)

Un giorno dici che il sole esiste
Un giorno dici che poi si è spento
Un giorno che ora nessuno ti citofona più
Un giorno tu scatti foto
Il giorno dopo hai messo in moto
Ridendo e ti scorderai di me
mentre piove i profili e le case ricordano teeeeeee

(Il Tiziano nazionale, dovete sapere, dà sempre prima la colpa agli altri che sbagliano, non capiscono, non si rendono conto, dimenticano, fuggono, ma in fin dei conti …)
Ed ero contentissimo
l’ultima notte al mondo con delle isole negli occhi
e pure Paola, pure lei era contentissima quando guardando
Amsterdam mica le importava
della pioggia che cadeva solo una candela
e fuori è buio,
e sì, comunque tardi o prima lo farò
anche se non te l’ho mai detto dentro urlavo Dio dovevo cercare meglio su Trip Advisor
Paura, tanta paura

(In fin dei conti, Tiziano sa che la responsabilità è tutta sua ed è terrorizzato dalle sue colpe da cui tuttavia non rifugge. Perché lui sa che c’è ancora tempo e modo di recuperare, vediamo come)

Ho venduto casa libri auto viaggi fogli di giornale
Ma qualcosa che non torna c’è
C’è che Paola più non risponde
nella chat e ne ha ben donde
Ma convincendola forse potrei

(Il nostro ha tante abilità a sua disposizione, tra cui 1)la dissimulazione)

Forse potrei fare un bel film
Forse potrei arrivare a Natale
Forse potrei col regalo mio più grande
dire che sono il re
Io sono il re

(2) le manie di grandezza)

Ed ero contentissimo
l’ultima notte al mondo con delle isole negli occhi
e pure Paola, pure lei era contentissima quando guardando
Amsterdam mica le importava
della pioggia che cadeva solo una candela
e fuori è buio,
e sì, comunque tardi o prima lo farò
anche se non te l’ho mai detto ma dentro urlavo dio dovevo cercare meglio su Trip Advisor
Paura, tanta paura

(C’è poi una leggerissima sindrome tafazziana: al Nostro piace giocare con le crosticine sui gomiti e sulle ginocchia. Per cui un momento è certo certissimo di farcela, progetta, fa voli pindarici, è felice e quello dopo eccalà, ci è ricaduto ma….)

Perché amore, amore è andato e non me lo so spiegare io
e sì, comunque tardi o prima lo farò
anche se non te l’ho mai detto ma dentro urlavo Dio dovevo cercare meglio su Trip Advisor
Tu come stai? Bene. Io come sto? Boh!

(…Ma, per fortuna, nella strofa finale Tizianuccio si dà ad un semiparlato autocritico e sincero che ce lo fa amare una volta in più, una in più perché la verità è che Tiziano è tutti noi e tutti noi, almeno una volta nella vita, siamo stati Tiziano. )

 

 

In foto il capolavoro di Fran De Martino, un “Tiziano Mai Gritte” che cade dal cielo perché pensavo che è inutile farneticare fingere di stare bene quando è inverno e lui non ci ha dato ancora la canzone strappacuore di sempre, nananà nanana.