Due sono le cose che mi piace più fare al mondo: scrivere e andare in motorino.
Ho scritto racconti e poesie, il mio terzo romanzo si chiama Inutili Fuochi: se ne è parlato un po' perché dice che è un tantino esistenzialista e pare non stia bene esserlo sotto i trent'anni. Il motorino non ce l'ho più.
Se c’è una cosa che devo smettere di fare è leggere Peppe Lanzetta la domenica dopo pranzo che pare che Peppe Lanzetta è stato assettato a tavola assieme a me che sto sporca di sugo e gamberi frutti di mare e i suoi figli di un bronx minore li tengo come vicini di casa nonostante la camicetta a righe biancoazzurre i pantaloni neri stretti taglia 42 e i piedi scalzi che fanno tanto Tarantino
Alle quattro sul letto ad anticiparmi il sonno se c’è una cosa che devo smettere di fare è puntellarmi su coi gomiti nel cuscino e Peppe Lanzetta lo sa sicuro quanto mi annoio e quanto vorrei un motorino e altra vita vita sotto le unghie squadrate e lui accanto che mi chiede: che fai ora, perché ti alzi e mai ferma stai
Come gli rispondo che mi alzo per scrivere? Gli dico che faccio il caffé faccio il caffé che sono quasi le sei e se c’è una cosa che devo smettere di fare è guardare l’ora nel riflesso del vetro due lancette su Porta Capuana Via Ponte di Casanova Piazza Nazionale Poggioreale Stadera è domenica e la linea della vita nella mia mano è uguale identica a quella del tram.
Una giornata sul lungomare (la parte non liberata e dunque raggiungibile con poco) a prendere il sole fiacco della città.
È tardi per andare a: Miseno, Bacoli, Licola, Baia o Varcaturo e il giorno festivo non ci ha dato fede necessaria per confidare nel trasporto pubblico, le cronache ci daranno ragione al rientro, quando non penseremo di essere furbi ma, piuttosto, vaccinati, comunque adesso del futuro non sappiamo niente, manco ci interessa, quindi si fa così: ci sentiamo alle 11, a mezzogiorno siamo per strada e dalle strade ai lati del centro storico, linee tirate per portare dentro e fuori dal grumo di monumenti e turisti e piazze, siamo nelle vie dei negozi per dare un occhio alle vetrine, e poi su questa rotonda improvvisata, due chilometri a piedi per due chioschi semovibili che vendono birre ghiacciate e taralli caldi e gelati e caffé, posto che continuo a consigliare a chiunque mi chieda, dov’è Napoli, dov’è che la vedo bene, in faccia, di faccia al mare, agli scogli. Il tavolino preso in ostaggio per il prezzo di due magnum al pistacchio è un anticipo sostenibile delle vacanze, più che dell’estate: qui, d’agosto, nessuno riuscirà a resistere più di dieci minuti, invece, a maggio, teniamo i piedi scalzi sul ferro vollente della balconata e sotto di noi che non ci spogliamo, i ragazzi l’hanno già fatto, hanno vinto caldo e vergogna in un colpo solo, si tuffano al tre, davanti alle bancarelle che vendono cozze e direttamente dal marciapiede sono a mare.
Sono a mare, che importa se tra le auto e le barchette su sui si reggono in un equilibrio perfetto appreso dai gatti, ci sono sì e no venti metri, che importa se noi due femmine restiamo cittadine con le nostre sigarette, i nostri discorsi su cosa fare dopo, su chi vedere e perché, per decidere poi che stiamo benissimo così, a due passi da un ombrellone fissato nel cemento in assenza di sabbia, dove i barcaioli di Pacioccone Noleggio Gommoni con tanto di numero telefonico impresso sul telo gialloverde pranzano pastasciutta e odore di mare stremato che senti solo quando il vento fa un giro basso?
A cosa servono flash mob telefoni amici leggi contro o pro case di accoglienza gruppi di auto e mutuo aiuto pubblicità progresso pagine di giornali se ho aperto il balcone stamattina e c’erano quattro persone affacciate
tre erano donne e stendevano panni e sventolavano tappeti
e battevano cuscini
al sole che ha deciso di uscire mezz’ora fa
uno era un ragazzo
sulla maglietta aveva disegnato un fiore a ricordo di una moda oggi passata
e solo il suo lo puoi chiamare lavoro
senza far partire una discussione antropologica?
Alle 13,58 del 30 dicembre alzo il bicchiere e brindo. Lo so, sono in anticipo e raggiungere qualcosa prima del tempo ha i suoi rischi, come quello di arrivare al traguardo da soli, ma in questo caso si può fare: l’unico posto che ho toccato prima che fosse il momento è stato il bancone del bar, e il bancone del bar, per quanto ben fornito sia lo scaffale degli alcolici, non è mai la luna, voglio dire, e per questo motivo non ci sono rimostranze da fare se le televisioni non riprendono la scena, se i giornali non ne parleranno e se nessuno si congratulerà con me. Il tragitto che ho fatto per essere qui oggi è cosa ignota ai più, e per raccontarvi tutta la storia il tempo a disposizione non sarebbe abbastanza, vi basti sapere che è stata dura, e, cosa molto più indicativa del conto del miei guai – non vi penso insensibili, tranquilli, solo occupati coi vostri – nessuno se ne è accorto. Non vi biasimo: non è cosa naturale pensare che dietro una giovane donna che raggiunge il banco di un bar di Foria e ordina un prosecco in una mattina piena di sole ci sia un percorso militare. Forse qualche indicazione potreste averla da quel velo di stanchezza che mi si è posato addosso come una polvere, o dal taglio sbrigativo dei miei capelli, forbici nette, ma ho l’età in cui è più semplice riconoscermi una notte brava con conseguente mal di testa, che biglietti di treni che risalgono e riscendono l’Italia e aerei presi in solitudine e senza paura, e senza domande tranne: Come arrivo in centro? In questi tragitti, spesso parlo con uomini. Non è una questione di genere, non si tratta di attrarne uno più di un altro, è che all’ora in cui viaggio io ci sono solo tizi in giacche e cravatte e valigette che leggono il Corriere: non sono una donna in quel momento, sono l’intruso del gioco, loro mi trovano, mi pescano con lo sguardo puntando le mie cuffiette o i miei libri o i miei stivali. La maggior parte, per mia fortuna, resta in silenzio. Altri sorridono e pensano che il sorriso basti a farmi prendere la parola, come fossimo sul palco alla consegna di un Oscar, e sì che sto recitando, e anche bene, la parte di quella che è sveglia anche se dormo, in una parte di me, a sonno pieno, e non mi sveglia niente. Tornavo da una città fredda per giungere in un’altra città, con la temperatura più alta, ma sempre ammalata di vento, e mi si siede accanto lui, non si toglie neppure il cappotto come se due ore di viaggio fossero un fatto breve, cala la coppola sugli occhi e si mette a dormire. Dividere il sonno con un perfetto sconosciuto, se questa può chiamarsi promiscuità è la formula che mi piace di più. Ci hanno svegliato i rumori dell’arrivo, solo allora mi ha guardato e mi ha chiesto: Sei sola?
Non rispondo a domande del genere. O meglio, non rispondo nel modo in cui ci si immagina. Infatti gli ho chiesto ce credeva in Dio.
- No, non proprio.
- Allora sono sola, esattamente come lei.
È infinitamente raro trovare qualcuno che sappia dire qualcosa in rimando a cose del genere. Se lo trovate, tenetevelo stretto. Significa che avete un alfabeto comune. Che sapete uno i punti deboli dell’altro, i punti deboli sono sempre nella lingua. Non sto dicendo che le parole sono tutto, le parole non sono niente: sto dicendo che l’atto della risposta è qualcosa di cui si dovrebbe esser grati, sempre e comunque. Se trovate qualcuno che sa rispondervi sempre e comunque, ecco, ringraziate Dio che se c’è o no, in fondo non ne ho idea, non come ho lasciato intendere all’uomo dell’aereo che forse s’aspettava d’essere accolto come Ulisse, e invece mi è rimasto lì muto, come se gli avessi tirato uno schiaffo. È sarcasmo, volevo dirgli, lei ne è semplicemente sprovvisto o ha avuto una giornata dura? Poi ho lasciato perdere. Un tempo amavo un uomo che mi incolpava di possedere poca ironia, “quanto un criceto”, più precisamente. Ora parlo come se volessi prendere qualcuno a calci. Metaforicamente, s’intende. Non ha cambiato molto il mio modo d’essere, resto una che va veloce, ha sonno, e brinda con un prosecco alle due di pomeriggio, ma devo dargli ragione, a posteriori e solo su questo punto, l’esser pungente mi tiene lontane molte cose spiacevoli. Mi ha tenuto lontano anche lui, se è per questo. E mentre ero persa in questi pensieri che a voi sembreranno poca cosa – li avrete già letti, e immagino starete già traendo le vostre personali conclusioni in merito – , l’uomo dell’aereo ha parlato e ha detto che per il nuovo anno aveva dei buoni propositi: perdonare e dimenticare.
Dunque, lei si ritiene Gesucristo e soffre di arteriosclerosi, ho suggerito.
Finalmente ha riso e mi ha lasciato libera di alzarmi in piedi, prendere la borsa, salutarlo, scendere, cercare un autobus, arrivare in stazione, prendere una metro, attraversare la strada, ordinare il mio prosecco, e raccontarvi questa storia.
A proposito, giacché ci siamo: si dimenticano e si perdonano solo le cose per cui non si hanno più parole, o ironia, o sarcasmo. Vi auguro di non averne: io, personalmente, ho brindato proprio a questo.
A mezzanotte e venti del 25 dicembre, secondo i piani, il Jumbo ha compiuto il suo mezzo giro sulla città e poi è sceso, disegnando semicerchi nel buio. Le linee delle strade si sono fatte riconoscibili, si è potuto dar loro un nome, i passeggeri hanno potuto chiamarle per avvicinarsele alla memoria in tempo per l’atterraggio. “I piloti sono dei padri”: il ragazzo che sei stato amava dirlo, lo faceva piazzandoci sotto un sorriso appuntito che teneva in bilico le parole; in quest’occasione si è limitato a stirare i piedi in avanti per riattivare il flusso del sangue, chiudere gli occhi, reclinare la testa sui seggiolini rivestiti di una brutta tappezzeria verde acido per l’ultimo regolato sonno. “Il volo è una sospensione della vita, per questo scelgo solo viaggi lunghi”: amava dire anche questo la versione giovane di te, ma stanotte, a venti minuti dall’inizio di un nuovo giorno ancora pesto, si è limitata a pensarlo come si fa con il ritornello di una canzone di cui si vuole esser certi, prima di cantare.
Non ricordi più se ad infastidirti è stato il colore o la trama o il tessuto, ma alla partenza ti sei quasi rifiutato di sederti al tuo posto: sei fatto così e lo sai, salti per un niente, ma piuttosto che ammettere d’essere turbato da qualcosa che non provenga dal tuo animo, ti faresti torturare. Gli altri non hanno potere su di te se sei abbastanza bravo da non avere reazioni. Ora che il viaggio t’ha dato la possibilità di apprezzarne altre doti oltre le carenze estetiche, il sottile massaggio alla nuca, il calore elettrico della fibra sintetica, sei quasi grato alla tua poltroncina su questo aereo di linea, il letto che ha accolto un riposo venuto prima della fatica. O forse hai solo l’età in cui si smette di ribellarsi alle cose e si punta tutto sull’abitudine. “La vita è roba semplice quando impari che è fatta di tempo, e il tempo passa”, hai detto a Lisa, e lei ha riso: s’era messa su un prendisole di cotonina bianca che non ricordi più se lei ha portato tu dalla Grecia o se lei, andata in Grecia con gli amici, ha portato con sé al ritorno, per fartene dono, non in senso letterale, s’intende, ma ha questo modo di fare lei, sembra indossare vestiti per il puro gusto di mostrarteli, una specie di appendiabiti umano, una gruccia, la donna che hai accanto da tre anni, un corpo su cui tracciare i cambiamenti della moda quando sei stanco di leggere i tuoi sulla tua pelle, davanti allo specchio, mentre ti fai la barba e il ragazzo che sei stato ti saluta da un punto non meglio definito, in alto a destra, nel tuo campo visivo. Ultimamente non succede spesso, non sai se è il tuo campo visivo ad essersi ristretto o se è il ragazzo che ha cominciato a scaglionare visite come un’amante che non sa dirti che è finita, anche se lo è.
Il ragazzo che sei stato ha detto a mezza voce “tangenziale”, “porto”, e ancora, “piazza” e “via” , hai riaperto gli occhi e ti sei accertato che le cose che aveva appena nominato, sorpreso di trovartele ancora sotto la lingua come soldi dimenticati nella tasca di una giacca, fossero ancora fuori dal finestrino. Erano ancora tutte lì, in fila, come per un appello. Non hai riso, non hai fatto nulla: è la tua specialità. L’aereo si è abbassato ancora, ha rullato sulla pista e si è fermato. Il pilota ha parlato attraverso gli altoparlanti ed ha augurato buon Natale: “E’ un padre – hai pensato – ma io non ho più l’età per esser figlio. Probabilmente non l’ho mai avuta”. Ci sono coordinate invisibili anche ai pochi che potrebbero notarle e la lacrima che ti è scesa dall’occhio sinistro non l’ha vista nessuno, non l’uomo che ti sta seduto di fianco, non la hostess dai capelli rossi, dubiti di averla sentita pure tu, quindi possiamo dire di lei che non è mai esistita.