ottobre 19, 2011 2

Niente di cattivo nella musica

By Raffaella R. Ferrè in on air, petite jeune fille

Le canzoni della mia vita sono state scritte che io non ero ancora in calendario. Mia mamma era molto preoccupata: sarei nata senza conoscerle. Per lavarmi di dosso il peccato originale del ritardo decise di giocare in anticipo su un tempo che ancora non avevo: il suo. S’alzava allora alle quattro del mattino, aveva caricato tre sveglie per esser sicura ma l’impegno era sempre più forte del sonno: quando l’orologio si metteva a trillare lei era già uscita dal bagno. Poi alzava da terra il materasso, metteva su il caffé, chiudeva la porta con tre mandate ed era in strada. La città era vuota, sembrava scampata ad un disastro nucleare. Non che durante la giornata la cosa fosse diversa: durante la giornata c’erano pure gli zombie.

Lei e mio papà avevano preso appuntamento per tutti i lunedì alle sei. Se non vieni telefono a tua moglie, il tuo numero è sempre 081….? gli aveva detto per convincerlo minacciandolo con la matita molto appuntita che portava sempre nei capelli. Lui aveva guardato la grafite nerissima con noncuranza, fatto un debole cenno con la testa: Ma a cosa ti serve? Questa cosa non ha senso. Mia mamma non aveva mai avuto successo con le minacce, soprattutto quelle che presupponevano una certa organizzazione per esser messe in pratica. Immaginate: alzati una mattina, bevi tre caffé per esser sveglia, esci a comprare la ricarica per il cellulare, gratta la striscia argentata con la punta dell’unghia dell’indice sinistro, chiama il numero verde, schiaccia sul display la serie di sedici numeri senza sbagliare, riaggancia, prendi un altro caffé e infine pesca dalla borsa il bloc notes, ricopia il numero, telefona . A telefono dì brevi frasi circostanziate, parla dei fatti, racconta delle prove che hai, non parlare di sentimenti: telefonare alla moglie dell’uomo che ami è come chiamare in Questura.  Troppo faticoso, e comunque sui verbali certe cose non si possono scrivere.

A Mamma era parso più giusto dedicarsi a me. Mi proibiva canzoni straniere affermando che la melodia non era importante quanto le parole. Mi teneva lontano dal dialetto napoletano, dalle sigle dei cartoni animati giapponesi, dal disco bambina di Heather Parisi. Ci teneva che io capissi bene tutto. La mattina alle cinque si metteva alla fermata dell’autobus e aspettava la prima corsa verso la periferia. La città decantava ad ogni fermata e i palazzi, come panni messi in candeggina, perdevano colore mano a mano che s’avvicinava alla meta. Davanti alla stazione stava papà ad aspettarci, in piedi davanti alla macchina nelle giornate di bel tempo o seduto nella fiat regata di centesima mano quando pioveva, ma sempre girato di cazzo e con il tizzone di Camel light tra le dita.

– Facciamo presto le diceva
- Oggi dobbiamo finire De Gregori, hai portato Prendere e Lasciare?
- Ho portato pure Amore nel pomeriggio, se è per questo.
- No, Amore nel pomeriggio tientelo. De Gregori preferisco ricordarmelo vivo.

Salivano in macchina. Sul sedile posteriore c’erano musicassette di Edoardo Bennato, di Lucio Battisti, di Francesco De Gregori, Guccini, Bertoli, De André. C’era un mangianastri arancione, di quelli con la maniglia, per le hit più vecchie. Papà attaccava l’autoradio, guidava e fumava. Ogni tanto parlava intorno alla sigaretta, brevi appunti sul tempo, sul caldo o sul freddo. Faceva avanti e indietro dalla pompa di benzina alla piazzola di sosta di una rampa autostradale che non portava da nessuna parte, gli sembrava un gesto simbolico. La mamma restava seduta immobile, la mano sulla pancia e gli occhi incollati da qualche parte fuori dal finestrino. Tu che non credi ai miracoli ma li sai fare, diceva  De Gregori. Sandra, questa cosa è da pazzi, rispondeva mio papà.

Che poi a me è venuto il dubbio che il primo destinatario di tanta educazione musicale non fossi io quanto lui: era a mio papà che mamma voleva far sentire certe cose. E non ho mai capito se sperava in un repentino mutamento delle situazioni o se voleva semplicemente fargli del male. Con delle canzoni, poi.

(prima puntata)

 

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ottobre 5, 2011 0

Se sono arrivata a stimare Giusy Ferreri e le verità che canta in una canzone tanto pop dai chiarissimi rimandi al Fortis prima maniera e non so se pensarla come una cosa buona o no

By Raffaella R. Ferrè in petite jeune fille

Forse c’è un motivo, ed è per quella frase sul dolore da cercare negli occhi di un altro, come una specie di prova. Posso essere poco perspicace quanto voglio, farlo per scelta magari, ma solo fino a quel momento, e quando quel momento arriva sono cazzi, passatemela. Nella mia vita mi è capitato poche volte ed è abbastanza per sapere come stanno le cose e guardarsi allo specchio del bagno, gonfiare le guance d”aria e buttare tutto fuori come in un grandissimo ufffffff, che vuol dire: e che vuoi fare. Su, schiena dritta, pancia in dentro. Adesso sai.

Oggi presentiamo in Feltrinelli, Piazza dei Martiri, l’antologia Non è un paese per donne, la cosa potrebbe c’entrare poco e invece c’entra moltissimo, altroché. Io, a dispetto del titolo, non credo che l’Italia non sia un paese per donne. Credo, piuttosto, che nessun posto al mondo sia davvero un paese per donne, se nella definizione donna vogliamo comprendere un insieme di stati d’animo, di generosità o di richieste, e le lasciamo vagare libere. E non lo è non solo per una cattiva politica, no, è una cosa che impari a dodici anni, forse anche prima: non lo è perché non è possibile dire a gran voce, a me stessa o a un’altra: non vi / ci succederà niente di male. Al massimo si può dire: qualunque cosa succeda, la si supera, e non è una cosa buona come può sembrare, perché nella frase c’è una condanna che è quella di andare avanti comunque, anche se non vuoi, non ti va, vuoi startene a letto o montare su uno degli aerei che ti passa sulla testa facendo molto casino, la vita, per come la conosco, è un gigantesco tapis roulant, guai a metterti seduta, come minimo ti sporchi, ti graffi, se non stai attenta la gente ti passa per dosso senza chiedere, perché la gente ha già i fatti suoi a stare dritta in piedi. Dobbiamo, noi, sperare che in fondo, chi ancora può, riesca a conservarsi l’animo pulito, immune dalla grandissima bugia che ti vuole furba dopo un po’, attenta, educata dalla vita, dal dolore o da chissà chi? E’ questo l’augurio migliore?

Nel libro racconto la storia di Chinue, e Chinue è il nome di fantasia di una bellissima ragazza vera. Sulla strada, senza più domande o risposte, presa nella vuota barca del quotidiano incagliata tra Napoli e il nulla incenerito della litoranea di Eboli, ha raccontato a me che non c’è nessun capitano che ad un certo punto venga ad invertire la rotta a parte te che ti guardi allo specchio e idem come sopra. Ha raccontato tutto con la quieta pace che si chiede in tante suppliche alle Madonne: ottienimi rassegnazione, sciogli i nodi. Ogni tanto rideva e ho pensato forte che nessuno mai prega di imparare una lezione, perché le lezioni che impari a forza sono sempre sciroppi amari o tacculette di legno sulle mani (a scuola, da piccola, a me le davano quando provavo a scrivere con la sinistra; l’unica cosa che ha prodotto questa modalità è stata una maniera assurda di tenere la penna e le forbici, l’incapacità di prendere una cosa al volo e un’idiosincrasia fortissima per quelli che non sono insegnamenti ma imposizioni, non c’è niente di democratico e nessun amore nel dire: è così, e basta).

La verità, secondo la sua storia, è che in momenti di bisogno, quando si arriva a chiedere di essere curati da un dolore, ci si assume un rischio elevato, perché per essere curata devi sempre mostrare il punto in cui ti fa più male, non basta un generico altezza dello sterno, e devi sempre sperare che qualcuno non cerchi di misurarlo quel dolore, di spingerci sopra un dito per vedere se fa davvero tanto male come dici. Forse in questo senso, il nostro paese che dice di non avere dolore e che vede il tuo come un grosso sacrificio da sopportare e non da risolvere, non è un paese per donne e per donne dovrei estendere e ampliare la categoria a chiunque si aspetti dalla vita qualcosa più che una laudatio temporis acti, e da qui nasce forse la pletora di gruppi per cui l’Italia non è il posto giusto, giovani, neri, vecchie e così via.  Io direi di andare tutti a guardarci in faccia un momento, di là, un bell‘uffff collettivo, Giusy Ferreri, e passa la paura.

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settembre 20, 2011 0

Ottobre è il nuovo settembre

By Raffaella R. Ferrè in on air, petite jeune fille, pezzi

Mi sento inaspettatamente di buon umore, com’è?

Questa è la domanda del momento e intanto che ci penso su voi potete leggere su SettePerUno un raccontino inedito della sottoscritta. Si chiama Maruzze e vi accompagnerà per tutto il mese (che sta finendo, lo so, ma il titolo di questo post è consolatorio), ogni martedì.

Prima puntata

Seconda puntata

La terza

Altre novità sono che non ho spaccato il setto nasale di nessuno. Una volta l’ho visto spaccare un setto nasale: sul bordo della finestra della mia classe, alle superiori, restò sangue e muco di tale Daniele, colpevole d’essere uscito con Emanuela senza spiegar prima tutto a Marianna.  A pensarci adesso non ricordo chi delle due fu a prendere il drastico provvedimento e io non ho comunque la mano pesante e avventata, ma immaginarmi fracassare l’arcata sopraccigliare di qualcuno sul ritmo sincopato degli ah-ah di Lady Gaga è stato terapeutico, moltissimo; che poi, tutta questa storia sulla signorina Germanotta che è volgare, è una strega, si mette le fette di carne addosso: volete Britney, ditelo. Volete Britney e Non è la rai e tante guagliuncelle senza occhi bistrati, volete reggipetti candidi che zompettano qua e là e vi cantano: Non sono ancora una donna, ma nemmeno una bambina, ho solo bisogno di tempo sottintendendo che potreste fare voi da segnale orario.

Sulla questione femmina poi ci ritorno nei prossimi giorni, intanto vi dico che è in libreria da qualche giorno  “Non è un paese per donne” e che ci sono anche io con la storia di Chinue che di Napoli conosceva solo la ferrovia e la reclàme della Kimbo, i binari stagliati contro il Vesuvio, nessuna traccia del mare.

 

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settembre 11, 2011 0

Don’t forget: the change will save you

By Raffaella R. Ferrè in on air

La ragazza in metropolitana non lo sa ma se la guardo è per le mani e per quel che tiene stretto. I quattro assi inchiodati tra loro, la tela bianca tesa allo spasmo, quanto possono essere precisi i gesti di una diciottenne? Questo facevo io, in un altro settembre di un altro anno, come lei adesso: compravo legno, vinavil e tempera, chiodi, grossi pezzi di iuta poco trattata, mi sistemavo in una stanzetta del chiostro, come i gesti restano gli stessi quasi fossero l’unica vera memoria possibile, lontana dalla nostra stessa volontà? Una lunghissima teoria di azioni preparatorie, fissa tra i piedi tenuti larghi il primo pezzo, monta gli altri nel nulla fino ad avere una cornice vuota, il quadro della situazione sono altri che ci vedi in mezzo e che come te vent’anni, mischiano bianco col bianco, stesi in doppia passata, orizzontale e verticale, attenzione ai grumi, al verso, all’acqua, al lino che assorbe bene o troppo, e se sbagli qui è come nella vita, te ne accorgi anni dopo da una crosta rappresa appesa in salotto. In quel settembre, in quell’anno, io andavo sporca di sanguigna e non sapevo che di quella vita avrei fatto davvero solo cento diverse campiture, guai a dare una forma precisa, solo macchie di colore e se ci vedi qualcosa è come nel gioco che si fa da bambini quando di una nuvola si può fare un coniglio, un re, un letto o un cane che corre.  Le cose le venivo a sapere sui treni e nel ganglio dei binari giravano anche i cilindri di una serratura, rumori fatti apposta per sentirsi soli nel mezzo, tu, la storia, cosa vuoi fare da grande, pensi davvero che?

No, non penso davvero altro che ci sono dei gesti cui non ti rendi conto d’aver accesso fino a quando non hai altra scelta che farli. Ed è diverso dal dire: prova. E’ un trucco delle abilità che ci portiamo sotto le dita o nelle gambe, abituati a pensare e scrivere ci si stupisce d’essere in grado di saltare o applicare precisione a qualcosa che non sia spingere il tasto giusto su una tastiera senza guardare la tastiera.  E’ un gesto rubato al cinema quello di alzarsi una mattina e montare dal nulla un quadro di un metro e mezzo per due, e buttarci sopra a occhi chiusi, gesso e tempera rossa, e trascinarlo, poi, in metropolitana – quasi come scappare da un palazzo in fiamme – e magari i film esistono e sopravvivono per quello, per il gigantesco catalogo di tutte le funzionalità del proprio corpo, più che dell’animo già esposto. Una gamma di potenzialità su scala pratica e oggi puoi: uscire di casa, andare a lavoro, dipingere, correre, gridare oh my god e anche saltare, lanciarti, puoi, fidati, l’unica legge è il movimento, ed è una legge splendida che ti consente di cambiare.

La canzone più sincera per il settembre, questo e quello di dieci anni fa, l’hanno scritta i REM qualche mese fa, in ritardo e parlando, per giunta, di un’altra città.

 

 

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agosto 18, 2011 0

Impara, guarda

By Raffaella R. Ferrè in niente, pezzi

Impara che non ha colpa lui,
……………..adesso che gli sei
uguale

Impara e rettifica,
…………….la colpa non esiste
se non in minimi scampoli
buoni ad una sarta
per darli via
…………i bambini ne farebbero
…………vestiti per le bambole

Guarda
da una panchina mentre aspetti un treno
c’è sole
vento uguale
……………………..l’erba che cresce
……………………..incolta
……………………..ai lati sferragliano binari

C’è un uomo che ti sta aspettando
ha parole che ti toccano
…………………….i fianchi
e non lo ascolti
mentre macina azioni per te,
caffé di prima mattina e dice:
……………………………….non ho paura

Proprio come dicevi tu
……………………………..impara
come le parole sono le stesse
la parte e la meraviglia
l’attore che si muove bene
sii orgogliosa di lui
per come ti ha lasciato
…………………………..educata al niente

Impara, sappi odiare e resta
un fermoimmagine
……………………….. legno giovane e inciso
la scheggia non ha responsabilità del nome
che porta e che dice:
……………………………qui comincia
……………………………qui finisce

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agosto 4, 2011 0

Miramare

By Raffaella R. Ferrè in on air

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luglio 31, 2011 0

Il titolo non c’è

By Raffaella R. Ferrè in niente, petite jeune fille

Cerco sempre qualcosa, m’ero messa a cercare monolocali. Di mattina, dopo il lavoro, senza sonno. Giravo per le strade candidate a diventare casa mia con quella mollezza strana della testa che prende quando hai dormito sì e no 5 ore e il caffé ti sembra la risposta a tutti i mali del mondo. Poi è successo che in un monolocale ci ho lasciato il cuore o quello che ne restava, voglio dire: sono nel periodo storico in cui la mia capacità di provare empatia è prossima allo zero se l’oggetto è un essere umano. Le cose cambiano nel caso di stanze imbiancate con adsl e porta blindata affaccio su campanile. Ma diciamo che non è il momento di parlare di queste cose.

Volevo dire che ieri mia madre è venuta a trovarmi. Al tavolino di un ristorante mi ha detto che mia nonna non si ricorda più le cose. Le ha telefonato per chiederle cosa bisognava mettere nei peperoni ‘mbuttunati. Sono molto preoccupata, mia nonna non ha mai fatto domande di questo tipo, lei sa tutte le cose che bisogna sapere, tiene la memoria sotto le unghie, con le unghie graffia. Mia nonna non è una nonna normale, è una nonna che si scoccia subito. Se vede che non siete buoni a fare qualcosa viene lei con la faccia di quella che ha già capito e vi dice: levatte, a nonna, levatte. Che sarebbe: togliti di mezzo se non vuoi morire. Se esitate vi sposta lei. L’unico modo per accreditarsi presso mia nonna è dirle che siete di Napoli, meglio se dei quartieri periferici. Allora, anche se sono le 10 del mattino, lei vi metterà innanzi un piatto di polpette ancora calde e vi dirà di mangiare. Subito dopo si candiderà a prepararvi gnocchi, melenzane, peperoni ‘mbuttunati, per l’appunto.

Sono tornata a casa con una specie di ansia generalizzata all’altezza dello sterno, mi sembrava di non riuscire ad aprire le braccia. Ho consegnato le sigarette ad una persona di fiducia massima e mi sono gettata a letto a leggere Le Benevole, pagina 200 in meno di due giorni, cosa che mi fa preoccupare moltissimo del mio stato emotivo. Mi sono addormentata pensando che dovevo telefonare a mia nonna, chiederle cosa si mette nelle melenzane sott’aceto, l’origano o la menta, anche se lo so benissimo. Stamattina mi sono svegliata con un mal di gola psicosomaticissimo: fuori è domenica, il tempo fa schifo, non ho voglia di uscire e il punto di vista di Max Aue comincia a sembrarmi accettabile.

 

 

 

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