luglio 25, 2011 0

Istruzioni per la vita a meno che tu non sia Spiderman

By Raffaella R. Ferrè in petite jeune fille

Per la prima volta in luglio, in Italia, ho freddo. Per la prima volta in vita, a ventotto anni, ho delle richieste. Segnali della fine del mondo: io sto all’erta nel leggerli in cattivi governati, morte di personaggi eminenti, guerra e guerriglia civile, sospensione dei diritti umani, non mi era mai capitato di trovarne in me stessa. Solitamente io ho sempre caldo e per principio non chiedo mai un cazzo, piuttosto mi macero il fegato nell’aceto. Invece ho le maniche lunghe e sono un disco rotto che fa: ascoltami lasciami dormire passami uno scialle riportami a casa prima di mezzanotte prendiamo un caffè? Scusatemi tutti, voi che avete a che fare con me in quest’estate 2011. Sono una specie di puma feroce, lo so: l’impiegato delle poste mi ha inavvertitamente strappato il libretto e mi ha dato la colpa, ha detto che lo distraevo; un amico mi ha fatto notare che guardo alla specie umana genere maschile come certi gerarchi minori del terzo reich guardavano alla Polonia nel settembre del ’39.

L’altro pomeriggio, mentre il vento intrappolato tra i timidi grattacieli italiani prendeva velocità, io battuta su una panchina a bere caffè zero pensavo: la più grossa richiesta che ho fatto al mondo in questi giorni è stata di lasciarmi al rosso di un semaforo. Il mondo ha detto okay va bene e mi ha baciato in fronte, come si fa coi morti. Non so cosa mi aspettavo, forse di essere presa per i polsi, ma il mondo queste cose non le fa: il mondo ti lascia sempre andare, se ti permette di tornare o di trattenerti lo fa solo per mostrarti come le cose e le persone vanno benissimo avanti senza di te, tipo treni della metropolitana su cui non hai fatto in tempo a salire. Col cazzo che i treni della metropolitana ti aspettano e ti scarrozzano con delicatezza, non sei mica nata a Berlino dove se perdi l’M4 c’è la S-Bahn e via dicendo. No, tu sei di Napoli, ai treni sei abituata a correre appresso, a battagliare una volta salita a bordo per conquistarti la tua quota parte di aria respirabile, figuriamoci.

Secondo me il rapporto che uno intrattiene coi mezzi pubblici la dice lunghissima sul rapporto con gli altri esseri umani: vivendo in Campania stiamo messi proprio bene, dunque, è già tanto se non ci sputiamo in faccia. Personalmente a me le cose  quando vanno bene mi arrivano giuste giuste, come succedeva l’anno scorso coi treni verso piazza Amedeo. Ci salivo a rotta di collo, spesso supplicando il capotreno di riaprire le porte e quando arrivavo a destinazione Andrea mi stava già aspettando da venti minuti, ovviamente girato di cazzo anche se erano appena le nove. Quando invece le cose vanno male io preferisco farmela a piedi per chilometri mentre con le cuffiette nelle orecchie gioco a fare Richard Ashcroft. Le cose possono andarmi anche molto bene e allora sono autobus lentissimi presi in compagnia di qualcuno che non ha fretta, ma questa è un’altra storia.

Comunque, la domanda topica su cui i Snow Patrol fanno fatto una canzone, canzone che miliardi di femmine hanno cantato fingendo non curanza perché così si fa, non andrebbe mai fatta sul serio. Voi chiedereste ad un treno di fermarsi a riposare assieme a voi e di dimenticare il resto delle fermate, i semafori, i tizi che hanno già fatto il biglietto? Ecco. Se poi avete lo stesso istinto suicida mio a fare domande o credete di essere Spiderman contro il dottor Octopus, cazzi vostri. Qui c’è un video esplicativo : nel migliore dei casi preparatevi ad avere problemi alla colonna vertebrale perche la risposta è sempre no. E non per cattiva volontà quanto per mancata predisposizione dell’universo o del principio d’inerzia.

 

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luglio 9, 2011 0

In medias res

By Raffaella R. Ferrè in im-precando, petite jeune fille

Ho cercato di incastrare il sonno nelle mie giornate, succede che le mie giornate si incastrano nel sonno. Giro mezza addormentata e mezza addormentata cerco di fare la spesa, vedere gli amici, passeggiare, mangiare il gelato, fare pilates (invariabilmente prendo sonno, soprattutto in macchina, anzi, presto pagherò qualcuno perché guidi mentre io dormo col finestrino aperto).

Adesso, sono le 13.02 e io sono sveglia da 9 ore, ho preso 4 caffé e un polase e sono lucidissima. Sto scrivendo, anche. Dopo mi preparerò la fresella e mentre mangio inizierò a scapuzziare. Scapuzziando mi trascinerò verso il letto e allora, solamente allora, stesa sul letto alle due del pomeriggio io sentirò il bisogno di fare una telefonata o di scrivere un’e-mail e il sonno se ne andrà definitivamente. Ieri ho fatto l’errore di addormentarmi alle cinque, svegliarmi alle sette, vedermi riflessa nello specchio del bagno, senza trucco e con la maglietta azzurra Otro mundo es possivel, farmi rabbia da sola per cui vestirmi ed uscire. Gli amici volevano cenare, ma io no, niente fame, solo sete, quindi è finita che ho ordinato una birra rossa a bassa fermentazione dal nome Marzen. Ho ordinato e poi, preoccupata di come il mio precario equilibrio veglia-sonno avrebbe reagito, alle 11 di sera mi sono fatta portare anche un bel caffé per lo stesso principio con cui Christiane F. dosava valium e acido. All’una e dieci ancora mi rigiravo nel letto, ho pensato di alzarmi e anticiparmi con il tempo che non ho, le cose che non faccio. Esempio: ieri, a Roma, poco lontano, si è aperto il primo seminario de Il nostro tempo è adesso.  Si sono riunite tutte le reti che hanno partecipato alla mobilitazione del 9 Aprile ed è un passo importante: bisogna approfondire i temi del lavoro e del welfare, trovare punti di condivisione tra le associazioni, muoversi compatti verso l’autunno elettrico che ci aspetta.  Altro esempio: oggi e anche domani, c’è a Siena il primo incontro nazionale dei comitati di Se non ora quando. Nati con la mobilitazione delle donne nelle piazze italiane il 13 febbraio passato, stanno mettendo in piedi cose bellissime: ho partecipato alle manifestazioni  e agli incontri a Napoli e a Roma, lo dico con cognizione. Ancora: la settimana prossima, dal 14 al 17, vicino Pisa c’è la festa nazionale dei Giovani NON + disposti a tutto: 4 giorni di dibattiti, laboratori, workshop e, mi dicono, ci sta anche la musica.

Io, manco a dirlo, non sono stata e credo non sarò in grado andare a nessuno di questi appuntamenti, niente, nada, nisba, a meno che non li concentrino tra le sette e le nove di sera. Direi che la cosa mi addolora molto se non fossi troppo occupata a spostare scatoloni. Ma voi svegli andateci! E’ necessario e si conoscono molte belle persone (faccio i miei due nomi romani: Claudia, Francesca). Di più. Da quando ho preso l’impegno del Coordinamento dei Giornalisti Precari Campani mi sono accorta che mi sembra di far qualcosa di utile: piuttosto che passar il tempo a lamentarmi (dei soldi, dell’accesso alla professione, del mondo stampato e del caldo) comincio a prendermi delle responsabilità. A fare cose che possano esser d’aiuto ad altri, a far sentire la mia voce piuttosto che sperare che qualcuno la alzi per me, a dire le parole che non ero riuscita a dire ancora. Mi piace pensare che se un giorno impareremo a farlo tutti, questo paese diventerà un posto migliore. Yawn. Buonanotte.

 

 

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luglio 6, 2011 0

Cose che leggo quando non cerco di dormire

By Raffaella R. Ferrè in stupite i vostri parenti (cit.)

“Certo, come un tempo avevo detto ad Albertine: “Non ti amo”, perché mi amasse; “Dimentico le persone, quando non le vedo”, perché mi vedessero spesso; “Ho deciso di lasciarti”, per prevenire ogni idea di separazione; se ora le dicevo “addio per sempre” era perché volevo assolutamente che tornasse entro una settimana; se le dicevo “sarebbe pericoloso vederti”, era perché volevo rivederla; se le scrivevo: “hai avuto ragione, saremmo infelici insieme”, era perché vivere separato da lei mi pareva peggiore della morte.”

Marcel Proust - Albertine Scomparsa


PS: questo blog sta diventando un tumblr, vergogna.

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luglio 4, 2011 0

Che Dio mi salvi con nome

By Raffaella R. Ferrè in petite jeune fille

Asciugamani bagnati, biglietti ICplus
i capelli pieni di sale e il dolore al ginocchio
estate frigorifero per me che vivo di giornali
di hotel ubicati su graziose baie
l’ip fisso è necessità

Salvami signore
con nome
apri per me una nuova scheda, Gesù

Kitchen per la centesima volta
il lettore mp3 cinese rotto
la matita per gli occhi persa dietro la lavatrice (irrecuperabile)
e i numeri di telefono appuntati su post it
perdonami quello che puoi

Che non debba staccarmi
a morsi la batteria, padre nostro
Dammi oggi il mio facebook quotidiano
il pane no, meglio una fresella

Procedure di archiviazione appuntate su fogli volanti
Robinson, Simpson
tutte le sql del mondo, tutto il sushi
e le sveglie a orari improbabili
risolti in  tavoli sui precari che non prevedono l’intervento di precari

E’ l’una, metto il timer per lo spegnimento della televisione
accanto al letto ho un trolley argento buono per un viaggio sulla luna
sulla sedia il vestito rosso aperto sulla schiena
e il ventilatore a velocità 4 che porta dentro casa l’odore crudele delle zagare

Fuori la città brucia assieme alla ventola
di questo computer rotto sulle mie ginocchia
lasciami il tempo di caricare la pagina
rimetti a me le nostre email
come io rimetto feedback ai nostri amici in comune

 


[Ieri sera c'era questo cristiano allo Show dei Record. Faceva dei movimenti strani con la bocca come se volesse mangiare l'aria, un medico spiegava che stava caricando i polmoni come fossero serbatoi. Il tizio dopo un po' s'è tuffato in una vasca d'acqua gigante e immobile non ha respirato per 18 minuti raggiungendo non so quale primato. Bella forza, volevo dirgli io, io sono quasi tre anni che non prendo fiato]

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luglio 1, 2011 0

Cliffhanger

By Raffaella R. Ferrè in pezzi

Venne fuori che per vivere avevamo bisogno di soldi, venne fuori così, una mattina che era luglio. Luglio, a casa nostra, era un mese come un altro, non fosse stato per la palatale data dalla gl finale manco ce ne saremmo accorti. Abitavamo nel sottotetto, noi sentivamo caldo a cominciare dal mese di marzo, non portavamo la canottiera dal dicembre millenovecentottantanove. Personalmente avevo il timore del primo sole, quando al Tg2 facevano i servizi sulla primavera imminente io prendevo il telecomando e giravo su Forum. Mi rassicuravano i lineamenti impietriti di Santi Licheri, la giustizia fredda e lucida come lama di coltello. Quando richiamava l’ordine nello studio televisivo battendo tre volte il martelletto sul piano rialzato era di nuovo gennaio.

Se mio padre era a casa, cambiare canale diventava un’operazione complessa. Il telecomando stava libero da impedimenti sulla tovaglia, ma una forza nera a cui non sapevo dare nome me ne impediva l’uso. Mi dispiaceva, forse, distrarre quell’uomo dai suoi sogni. Costume e Società rappresentava, per lui, l’ultima prova dell’esistenza del socialismo. Lo proiettava indietro nel tempo, gli faceva le spalle più dritte, i denti mossi leggeri e voraci sul pane e salame che stavamo mangiando. Avevamo contato quattro fette a testa, lui riusciva sempre a rubarne un paio dal piatto di mio fratello. Non si nascondeva neanche più, si giustificava pure dicendo che i tempi stavano per cambiare e lui aveva bisogno di mantenersi fresco e tosto, e in attesa. Solo quando Luciano Onder ci informava dei rischi del colesterolo e dell’esigenza di una dieta ricca di frutta e verdura di stagione, la facoltà di usare il telecomando era di nuovo mia. Ricominciavo a respirare, schiacchiavo i tasti di fretta, a riparare il danno inferto al mio sistema di refrigerazione. Se Santi Licheri s’era già ritirato per deliberare, ero, forse, ancora in tempo per l’ultimo cliffhanger di Beautiful.

Il cliffhanger sarebbe la scena finale, non so se l’avete presente tutti: è quell’inquadratura in primo piano, in cui il protagonista sta per dire qualcosa, o fare qualcosa, apre la bocca e muove il braccio, ma a finale non fa e non dice niente e lo schermo si fa nero che avreste voglia di buttarci contro una pantofola. La puntata si chiude sul dramma inenarrabile dell’indecisione. La volta successiva ritrovate il personaggio fermo, bloccato come se avesse avuto un ictus. Per sapere cosa gli è successo, dovrete aspettare ancora un paio di giorni, intervallati dalle indecisioni di altri e dai loro repentini cambi d’umore. Dopo le prime venti puntate imparerete la lezione, saprete tenere il conto delle questioni appese come panni ad asciugare e apprezzerete il cliffhanger come il limite più sincero tra ciò che è e ciò che è possibile. L’attimo zero in cui le probabilità vi ruotano intorno, e i sentimenti degli attori coinvolti sono forza motrice di cui vi partecipate: siete Brooke e Ridge, siete Nick Marone, e non sapete chi è vostro figlio. Siete Amber e partorite nel deserto, Rick non arriverà in tempo, il bambino avrà la pelle bianca?

Beautiful era arrivato alla 3234esima puntata. Avevo cominciato a guardarlo assieme a mia nonna e sullo schermo Taylor saliva al cielo, vittima di una malattia fulminante, contagiata dal barbone che aveva trovato all’angolo della strada. Avevamo visto Taylor farsi gialla d’itterizia e poi bianca di morte certa, e poi nerissima sotto gli occhi, e ancora l’avevamo vista uscire e rientrare dal reparto di terapia intensiva, ricoverata e poi dimessa. Ed era, poi, ascesa al cielo e Gesù le aveva mostrato i dettagli del suo funerale montati veloce come in un videoclip, lei aveva visto suo marito piangere e aveva, infine, compreso il suo grande amore, quindi era ridiscesa in terra per un ultimo bacio ed lì era rimasta a metà, ferma nell’ictus del colpo di scena. Più o meno a metà dell’infermità di Taylor, s’era ammalata anche mia nonna. L’avevamo portata in ospedale, i medici le avevano fatto certe analisi e tenuta una notte in osservazione. Poi l’avevano dimessa e detto di ritornare dopo un paio di giorni. Nonna s’era impressionata. Mangiava con la testa bassa, china sul piatto di pastina tempesta, gli occhi lucidi riflessi tra i filamenti acquosi del burro. La faccenda del Day Hospital non l’aveva capita bene, e mentre salivamo la strada ripida che portava all’accettazione aveva, infine, tirato mio padre per la manica della giacca e gli aveva detto, fra le lacrime: Robbè, però nun facimm comm’ a Taylòr.

 

[Questo racconto ha vinto il Born to write lo scorso anno. Per continuare a leggere scaricate da qui l'intera antologia edita da Marcos y Marcos]

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giugno 22, 2011 0

It’s easier to leave than to be left behind, leaving was never my proud

By Raffaella R. Ferrè in on air

You might have laughed if I told you
you might have hidden the frown
you might have succeeded in changing me,
I might have been turned around
It’s easier to leave than to be left behind
leaving was never my proud
leaving New York never easy
I saw the light fading out

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giugno 15, 2011 0

Egregio dott. Brunetta,

By Raffaella R. Ferrè in im-precando, petite jeune fille

le scrivo in merito alle sue affermazioni odierne. Io non so se quella gente che voleva parlarle del precariato è davvero la peggiore d’Italia. Non so se hanno armi di distruzione di massa a casa loro o se maltrattano i figli e gli animali domestici con le scariche elettriche. Non so se inducono alla prostituzione le sorelle minori o se rubano dai supermercati il latte a lunga conservazione. Magari si riuniscono nel circolo sotto casa e fanno festini con droga e prostitute. Magari si, magari è così e lei vede tutto come in quel film del serial killer che gli bastava incrociare lo sguardo di una persona per carpirne i peccati.

Perché lei ha ragione, sì, da precari davvero si diventa persone peggiori. Sì, a veder mortificate le proprie aspirazioni, a non sapere che cosa succederà al proprio lavoro tra due settimane, a non poter sognare di avere una casa senza sentirsi patetici, ad aspettare con terrore la bolletta dell’enel, si diventa orribili. Si evita persino di fare gli auguri di compleanno ad un amico per non dovergli poi comprare un regalo. Noi donne non ci si fa più la ceretta e la tintura. Da precari si diventa rabbiosi più di un pitbull. E’ fortunato che non l’abbiano morsa, dottor Brunetta.

No, non faccia l’errore di credermi una reazionaria estremista di sinistra o giù di lì: sono, anzi, una che ha avuto a che fare con entrambe le parti politiche e purtroppo ho visto che anche a sinistra i precari possono rompere le scatole. Noi precari disoccupati atipici giovani si è insopportabili alle volte, solo che c’è chi lo nasconde meglio.

Vede, tra le varie io ho solo una cosa che mi preme contestarLe, solo una: quella cosa sull’andare a scaricare cassette di frutta al mercato. Senta, io ho ventotto anni e nella mia vita professionale non ho conosciuto altro che il precariato spinto. Non posso permettermi neppure un armadio, figuriamoci una casa. Se lei mi assicura che ai mercati generali mi fanno un contratto a tempo indeterminato per più di 600 euro al mese io ci vado subito. Di corsa. Domattina. Dico sul serio, sono una persona sana e ottimista, l’ho già fatto, mi piaceva pure. In barba a lauree, qualifiche, iscrizioni ad albi, velleità, sogni e via dicendo. L’ho fatto senza avvertirne la mortificazione: un lavoro è un lavoro e spesso la sua dignità sta nel pagamento alla fine del mese. Però sa: al supermercato dove ho lavorato io mi hanno pagato a nero. La sola differenza che mi è stato possibile riscontrare tra un lavoro pratico e manuale e un lavoro corrispondente ai miei studi era che nel primo caso mi facevano male le mani e nel secondo lo stomaco. La rabbia era sempre lì, intatta.

Cordialmente,

Update: questa letterina era sull’Unità del 18 giugno, grazie ai colleghi e al direttore, speriamo che non se ne vada per davvero.

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