“Che se siete onesta e bella,
la vostra onestà non dovrebbe aver commercio con la vostra bellezza” *

“Rosaria, la miss in fin di vita per le botte del fidanzato”
“La reginetta di bellezza massacrata dal fidanzato”
“La miss ridotta in fin di vita dal fidanzato”

Ecco a voi una selezione di titoli sulla storia di Rosaria, che in un Paese in cui si sta attenti davvero alla violenza di genere dovrebbero generare un minimo di vergogna perché il sottotesto che ne viene fuori è uno a scelta tra i seguenti:

1) Vedi, pure che sei bella e miss comunque le hai prese, se stavi a casa non succedeva;
2) O anche, ma come, anche le miss, ragazze belle ed emancipate, prendono calci? Non era una cosa riservata a quelle bruttine, stagionate e timidine? ;
3) Oppure, “anche i ricchi piangono”.

Prima la violenza, poi il moralismo, insomma.
Non è una coroncina al concorso di bellezza a compromettere la vita, bisognerebbe dirlo in un discorso serio, non è un bikini o un sorriso, ma l’idea che la coroncina, il bikini o il sorriso siano cose di cui vergognarsi, da accantonare, quando si matura, quando si diventa donne sul serio, e cioè consacrate ai doveri di madre, casa e famiglia. E non mi dite che i titoli dei giornali quelli sono, c’è poco spazio e poco tempo per dire. Per scrivere “Rosaria, la bellezza non salva”, opinione comunque discutibile, bastava solo un po’ di coerenza.

Altri titoli possibili e meno paraculi:
Rosaria, la bellezza attira l’attenzione, e tu sfilavi pure, su, voglio dire.
Rosaria, meglio la sobrietà.

Il mio sarebbe stato molto più semplice:
“Prende a calci la fidanzata, arrestato”.

 

*Amleto, Shakespeare.

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In un mondo migliore, quando esco di casa la mattina partirebbe “Run baby, run”
La playlist che faciliterebbe le cose

In un mondo migliore io avrei un lavoro come motivatrice musicale: in pratica mi farei raccontare la vita degli altri e consiglierei la soundtrack adatta. Sono straconvinta, infatti, che le cose migliorino sensibilmente se c’è un accompagnamento musicale. Del tipo: secondo me se uno va a lavoro ascoltando il Bolero di Ravel nella versione della Vienna Philharmonic Orchestra arriva più calmo in ufficio e prende meglio anche l’attesa del tram (anche perché la versione dura venti minuti, ed è meglio della pappa reale). Di seguito una lista di canzoni applicate alla mia vita giacché non conosco la vostra. 

Run baby, run,Sheryl Crow : ecco, questa dovrebbe partire random mentre scendo le scale e cerco di ricordarmi se: ho dato da mangiare allo squalo (leggi pesce rosso), ho preso tutto quello che mi serve, mi sono ricordata di buttare la plastica e il vetro, ho gli spiccioli necessari per il tram, ho un libro, ho chiuso i fornelli, ho abbassato le persiane, che cosa ho da fare oggi, quale telefonata ho mancato, da quanto tempo non sento mia madre, sono già le undici o no, ho risposto a quelle due email cui devo rispondere da tre giorni, ho consegnato il racconto o no. Oggi mi sono dimenticata di : 1) rispondere alle email, 2) portare con me la videocamera, 3) prenotare il treno per la settimana prossima sempre che io voglia partire, 4) decidere se voglio partire o non voglio partire, decisione che continuo a scaglionare di giorno in giorno perché mi annoia  il fatto tecnico di dare uno sguardo agli orari dei treni. 

Hotel Supramonte, Fabrizio De André : ecco, questa invece non dovrebbe partire mai ma andrebbe dosata nei momenti, a me basta la prima strofa, di solito e al verso “e ora viaggi, ridi , vivi, o sei perduto” mi calmo e torno al Bolero di Ravel con la stessa nonchalanche con cui Christiane F. dosava eccitanti e tranquillanti. Se arrivate al ritornello, comunque, e alla domanda in esso contenuta, aspettate la seconda strofa e ringraziate il cielo come indicato da Fabrizio. Ah, un consiglio: comprate la pappa reale. 

Kanzone Doce, 24Grana: se prendete la strada che va verso la Stadera, fermando un pullmino abusivo affollato di signore con la busta della spesa e ragazzi usciti da scuola, accertatevi di averla nelle cuffiette. 

Comfortably numb nella versione Roger Waters, Van Morrison: sì, non crocifiggetemi, a me piace di più di quella dei Pink Floyd, che ci posso fare. Sono decisamente addicted a questa canzone di cui ascolto anche la versione dello String Quartet, e la trovo imprescindibile, testo e musica. Che poi sia la colonna sonora della scena della morte di Chris Moltisanti nei Sopranos, vabbé, non potete capire. Io adoro l’esplicitazione di quanto l’insensibilità possa essere una via di salvezza dal dolore, e di quanto alla medicina chiediamo essenzialmente questo: di non sentire più niente, almeno per un paio d’ore.

Gangsta’s paradise, Coolio: un evergreen, perché se sono uscita di casa, beh, ci devo anche tornare. 

 

 

 

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Cosa fa la Pellegrini quando non nuota? Beh, saranno un po’ cazzi suoi?

Io non lo so a cosa pensate voi quando si parla di discriminazione di genere o di violenza sulle donne. Per me è violenza, nel senso di atto non conforme al rispetto di un altro, anche tutto quello che succede quando ‘sta ragazza, nata nel 1988, decide di cambiare fidanzato. Ma che importa se fa le corna, ricambia le corna, non fa le corna ma avverte prima, lascia, prende, etc. davvero, non ho idea. Mi dispiace anche ogni volta che guardo lo spot della Pavesini e mi trovo il buontempone di turno che mi fa la battuta su cosa fa la Pellegrini quando non nuota. Ma saranno un po’ cazzi suoi?

A quel punto, poi, il buontempone - inteso come aggettivo neutro e inclusivo – mi fa la battuta sui cazzi, e allora è guerra. L’ultima volta mi presi la briga di spiegare che fossero pure cazzi, intesi come organi genitali maschili, e allora? Cos’è, un guardone? Si eccita a pensare a questa bionda che sta con uno o con l’altro? O si scandalizza che una ragazza di 25 anni faccia all’amore un po’ come le va, o lo tollera solo nelle canzoni? Il buontempone si arrese prima, ma io avrei chiesto, ancora, se il problema non fosse che una donna s’era permessa di innamorarsi un po’ di volte senza provarne vergogna, anzi, rendendolo pubblico (come fanno più o meno tutti coi loro amori: mostra, esposizione, con le fotine prontamente rimosse o caricate sui social a seconda di chi è in carica in quel momento). Avrei chiesto, ma la Pellegrini sarebbe stata più tollerabile allora se l’avessimo vista in lacrime a bordo vasca, con il cuore spetrezzato? Cos’è, le lacrime – pubbliche – si confanno di più alla sua persona, al genere?

Di solito, viene fuori che Federica Pellegrini non può fare queste cose, o meglio, non dovrebbe, perché lei è Federica Pellegrini (ed è d’esempio/ è un personaggio pubblico/ poi non vince più niente, prego sbarrare la stronzata che ritenete più adatta). Io non aspetto altro (sono diventata paziente). Per l’appunto, lei è Federica Pellegrini, 25 anni ad agosto, e seppur fosse primatista mondiale di amori a stile libero, non è per questo che è nota: ciò per cui la conosciamo è che è una nuotatrice italiana, la prima italiana ad aver vinto la medaglia d’oro nel nuoto alle Olimpiadi, altri quattro bei titoli mondiali e un paio di primati, e dovrebbe essere libera di fare un po’ quello che le pare almeno quando non nuota. Fosse pure fare all’amore o scofanarsi di biscotti. 

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Vamosalaplaia

Una giornata sul lungomare (la parte non liberata e dunque raggiungibile con poco) a prendere il sole fiacco della città.
È tardi per andare a: Miseno, Bacoli, Licola, Baia o Varcaturo e il giorno festivo non ci ha dato fede necessaria per confidare nel trasporto pubblico, le cronache ci daranno ragione al rientro, quando non penseremo di essere furbi ma, piuttosto, vaccinati, comunque adesso del futuro non sappiamo niente, manco ci interessa, quindi si fa così: ci sentiamo alle 11, a mezzogiorno siamo per strada e dalle strade ai lati del centro storico, linee tirate per portare dentro e fuori dal grumo di monumenti e turisti e piazze, siamo nelle vie dei negozi per dare un occhio alle vetrine, e poi su questa rotonda improvvisata, due chilometri a piedi per due chioschi semovibili che vendono birre ghiac
ciate e taralli caldi e gelati e caffé, posto che continuo a consigliare a chiunque mi chieda, dov’è Napoli, dov’è che la vedo bene, in faccia, di faccia al mare, agli scogli. Il tavolino preso in ostaggio per il prezzo di due magnum al pistacchio è un anticipo sostenibile delle vacanze, più che dell’estate: qui, d’agosto, nessuno riuscirà a resistere più di dieci minuti, invece, a maggio, teniamo i piedi scalzi sul ferro vollente della balconata e sotto di noi che non ci spogliamo, i ragazzi l’hanno già fatto, hanno vinto caldo e vergogna in un colpo solo, si tuffano al tre, davanti alle bancarelle che vendono cozze e direttamente dal marciapiede sono a mare.

Sono a mare, che importa se tra le auto e le barchette su sui si reggono in un equilibrio perfetto appreso dai gatti,  ci sono sì e no venti metri, che importa se noi due femmine restiamo cittadine con le nostre sigarette, i nostri discorsi su cosa fare dopo, su chi vedere e perché, per decidere poi che stiamo benissimo così, a due passi da un ombrellone fissato nel cemento in assenza di sabbia, dove i barcaioli di Pacioccone Noleggio Gommoni con tanto di numero telefonico impresso sul telo gialloverde pranzano pastasciutta e odore di mare stremato che senti solo quando il vento fa un giro basso?

Oggi, primo di maggio,  tutto va bene.

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Lettere dal monolocale #1

Sull’autobus, una lunga tirata di negozi per spose a destra, e pizzerie, pizzerie, pizzerie a sinistra, tutte chiuse, è sabato mattina da poco e se mi chiedi qualcosa di me io non dirti altro se non che ho i capelli corti come un romanzo breve e che la mia unica preoccupazione è non essere troppo dura con me stessa, ma piove e allora non dico niente, ho mal di testa già così, sabato è il giorno in cui la pigrizia può essere facilmente valutata dal lasso di tempo che ci metti tra il dire “vorrei proprio un caffé” e alzarti a prepararlo. Alzo la musica, i piedi scalzi sul parquet, le scarpe lasciate in un angolo, e i pantaloni di pelle bordeaux e il freddo sulle spalle, lo smalto rosso e le fragole appena comprate e i libri, tanti libri (troppi libri) a cui fare spazio. Il pesce rosso nella boccia l’ho chiamato “Mr.Wolf” perché doveva risolvermi un problema, quello di avere qualcuno a salutarmi al rientro a casa. Un gatto sarebbe stato meglio, lo so, ma il gatto mi avrebbe anche distrutto il divano e le tende, e invece volevo semplicità, acqua fresca, armadi e lenzuola bianche come non le ho mai avute, e un finestrino nella camera da letto, piccolo che sembra quello di un aereo, che se ci guardi dentro mentre sei distesa vedi solo cielo. E basta.

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