Ragazza, dove credi di andare? Piccole cose, canzoni e riflessioni che possono salvare durante un trasloco

In questa foto, io, la maglietta di Morrissey, il divano, estate 2018

Quando i treni della metro fanno finalmente la loro comparsa gialla sul fondo della banchina, vi è mai successo di avvertire lo spostamento d’aria nella galleria in piena faccia, lo stappo uguale identico a quello di una bottiglia? Spero di sì, perché è un bel momento. Qui, però, ad essere stato preso, agitato, stappato non è lo spumante, ma tutta la mia vita, roba che entra più o meno comodamente in una ventina di scatoloni e un bilocale.

Io credevo d’avere il trasloco nel sangue. Credevo, più precisamente, d’avere una laurea in distacchi da cose e persone, confermata anche dal quadro astrale. Il fatto è che i miei avranno cambiato casa, con me al seguito, almeno 5 o 6 volte da che ne ho memoria (e farlo in un paese il cui centro si gira in 15 minuti ad andare lenti credo sia una vocazione). Io da sola, ho impacchettato le mie cose per portarle altrove almeno altre 4 e senza mai aver bisogno di una ditta che s’occupasse della cosa, solo di qualche amico fidanzato parente automunito. Di ogni casa in cui ho vissuto, ricordo la sensazione a starci dentro ergo, so dire:

1) del caldo asfittico pieno di polvere della mansardina in cui ho abitato mentre facevo il liceo, al piano di sopra di casa dei miei ben contenti d’avere me e le mie richieste di silenzio e calma ad una scala di distanza. In quella mansardina, passai la notte prima degli esami di maturità a leggere il Marchese de Sade e avevo un poster autografato da Pierre Sorlin e Simona Colarizi, questo a testimonianza della mia secchionaggine inquieta e ragazzina;

2) del corridoio lunghissimo e molto Shining di un appartamento al primo piano di via Tenente Nastri in Lancusi del fatto che ogni volta lo facevo correndo anche se non avevo alcun posto in cui correre a parte la mia stanza tornando da una lezione d’informatica all’Università;

3) del salotto del mio primo appartamento napoletano al Rione Alto, quando facevo l’Accademia di Belle Arti: le poltrone e i divani erano verde fluo, di una stoffa che pungeva a sedertici su d’estate e che urlava “ciao, vengo dritta dritta dagli anni Sessanta”. Scelsi questo salotto, o il salotto scelse lui per me, come ambientazione di un racconto. Il racconto diceva:

“Nel soggiorno trovarono un pianoforte e molti album di foto lasciati, forse dimenticati, dai proprietari. Erano stampe degli anni sessanta in bianco e nero ed il soggetto era quasi sempre una donna con i capelli raccolti in una crocchia lenta ma molto composta. A Luisa pareva un buon segno che la casa fosse stata messa su e poi abitata da una bella donna e da un uomo tanto innamorato da fotografarla con cura ad intervalli tanto regolari da poterci seguire l’avvicendarsi delle stagioni, ma Antonio non ne era convinto: « Farsi un’idea della sua bellezza è difficile – faceva – non sta mai voltata di faccia!». Aveva ragione: la donna stava sempre girata d’un quarto come una che s’è mossa di scatto ed ora sta tesa a guardare qualcosa fuori la carta kodac, così la foto pareva non avere soggetto oltre i nodi precisi dei suoi capelli. «Non capisci: è la fotografia del suo punto di vista», gli rispondeva allora e già s’immaginava il marito, il fidanzato, l’amante dietro il collo della giovane coi capelli raccolti e ordinati, si figurava la sua ansia di capire come lei vedeva il mondo e la casa e le mura pulite, il palazzone, il panorama dal balcone, gli alberi della strada che crescevano ancora dritti e con le radici contenute nei recinti. Erano già troppo piccoli. Un giorno era tornata a casa prima del solito e aveva deciso di non uscire più, come se il mondo fuori non avesse niente più da dirle o il tono giusto per dirle qualcosa. Aveva fatto scattare appena la serratura e s’era seduta sulla poltroncina verde a sfogliare l’album del proprietario e della moglie del proprietario. C’era una foto che le pareva di non aver ancora visto: sempre lei con i capelli a crocchia, sempre lei a guardar fuori, ma stavolta, oltre il corpo appena delineato, la linea del collo e delle ciglia, si vedeva anche la terra e il mare ed era campagna, con la città lontana. Luisa allora era andata di corsa ad affacciarsi dallo stesso punto e facendo sbattere le porte aveva aperto tutte le serrande e i doppi vetri. Ma il mare non c’era più: se lo erano mangiati i cani che cacavano sulla strada, i ferri e la ruggine, i motorini e i palazzi“.

ps: a pensarci bene, ho un racconto anche sulla casa di via Nastri, è qui.

Tra le canzoni che mi sembravano aver raccontato una parte della mia vita al punto che avrei voluto una parte (minima) dei diritti, c’è sempre stata, dunque, “Life for rent” di Dido che lo dice chiaramente: non ho mai avuto un posto da chiamare casa, non sono mai rimasta abbastanza a lungo da riuscire a farlo. Ma. Ma questa volta è andata diversamente. Questa volta, andarmene, traslocare, move on, ha avuto tutt’altra colonna sonora e anche altri pensieri.

Ho cominciato a scrivere questo post nel marzo del 2019 ed è alla me stessa di quel periodo che voglio dare la parola adesso, adesso che quel periodo sembra così lontano anche se è appena 2 mesi fa. Siate buoni con lei: è stanchissima, piccolissima e preoccupatissimasta e non sa, non vuole sapere, come e quando ne uscirà, ma sta sperimentando la sottile differenza tra “Okay” e “Occazzo”.

“Sono seduta al tavolo della cucina in una casa che sto per lasciare come se non dovessi lasciarla mai. Sul tavolo ho due mazzetti di fresie (bianche e viola). Lavoro. E dovrei anche consegnare un pezzo sui Sopranos. Ma sono qui e sento gli uccellini che cinguettano dietro le mie spalle. Hanno fatto di nuovo il nido sopra il cassone della persiana, ma chi c’ha il cuore di sgomberare una famiglia di passerotti? Quando c’è chi sgombera esseri umani negandogli il diritto di un posto in cui sentirsi al sicuro, è necessario essere radicali.

Cose che mi mancheranno di questa casa e che no, non posso portare con me:

il vicino che quando torna a pranzo, dopo aver fatto girare le chiavi nella porta, fischia – un fischio leggero di saluto, molto allegro – come a dire: sono qui!

La volta in cui ho bussato a casa del suddetto vicino per restituirgli delle chiavi e mi ha aperto il figlio ventenne, così convinto che si trattasse della mamma che ha spalancato la porta senza chiedere niente, in boxer, cantando Gaiola Portafortuna di Liberato, e io, per un attimo, ho pensato di accompagnarlo nel canto e nel balletto che stava facendo (uuuuuh, sott’a lunaaaaa);

Le rondini/uccellini che hanno fatto il nido sul cassone di cui sopra;

Il modo in cui il sole delle tre spacca il vicolo a metà e batte sulla ringhiera nera del balcone rendendola incandescente;

La doppia porzione di cielo che riesco a vedere dal balconcino e dalla finestra e la rapidità con cui mi sposto, alle volte, per tenerlo insieme tutto, oltre i palazzi che lo tagliano a metà;

Il finestrino della camera da letto, così piccolo che sembra quello di un aereo. Se sto stesa, da lì vedo solo cielo. Se sto in piedi, in bilico sulla scala a chiocciola, uno spicchio della collina di Capodimonte che sembra di stare in campagna;

Il chiedermi chi sono quei ragazzi sul terrazzo del palazzo che vedo dalla finestra e che ci fanno lì: sono 7 anni e non l’ho mai capito;

I primi 3 gradini della scala a chiocciola sotto la finestra, il legno scuro e lucido, il mio angolo preferito, il mio rifugio da tutto e tutti;

Il maledettissimo pavimento di listelli finto legno beige. Spiegare perché mi mancherà nonostante tutto, credo abbia a che fare con la memoria visiva dovuta alle flessioni, alle posizioni di pilates e di yoga che ci ho fatto su;

E, a proposito di memoria, i ricordi che ho qui, nelle loro testimonianze più concrete: gli oggetti dimenticati, i libri in prestito, i regali. In quale scatolone sistemarli? Quello della roba da dare via sperando faccia felice qualcun altro, quello delle cose da portare con me, perché i ricordi sono i miei e ne rivendico la proprietà, la proprietà di feste, di caffè, del cuore con cui ho aperto la porta prima ancora che qualcuno bussasse davvero? Vediamo.

(reprise)

Vediamo, già. Anche se in alcuni momenti mi è sembrato di essere intrappolata in una canzone di Claudio Baglioni – precisamente L’Amico e Domani per come, riordinando e impacchettando le mie cose, trovassi in ogni angolo una spina di nostalgia – oggi è il 5 giugno e l’unica cosa che ho visto sul serio, come se si trattasse di una persona con cui fare due passi parlando del più e del meno quasi non avessimo argomenti più importanti, è il fatto che il presente non deve per forza fare debiti con il futuro e che il passato, certe volte, serve solo a dirti che se ce l’hai fatta allora, be’, col cazzo che lasci perdere mo’.

Da quando ho cominciato a scrivere questo post, allora, sono cambiata io, mi chiedo, o è cambiato lo sfondo? O me stessa e lo sfondo siamo quelli che siamo sempre stati – e cioè mobili – e ad essere cambiata è l’angolatura da cui guardo le cose, la musica che mi accompagna mentre affronto le sfide che mi stanno davanti?
Non lo so. Direi che sono accadute tutte e tre le cose, che sono vere tutte e tre le cose, e che la colonna sonora più adatta a questo trasloco si è rivelata essere, alla fine, Good Riddance dei Green Day, una canzone che comincia con un sonorissimo “fuck” eppure resta dolcissima (credo la più dolce di tutta la produzione di Billie Joe Armstrong & co.)

So take the photographs and still frames in your mind,

hang it on a shelf of good health and good time

tattoos of memories and dead skin on trial, 

for what it’s worth, it was worth all the while

A parte tutti i bordelli, le incognite, le paure, il nervosismo andante, il superlavoro, l’ansia, le feste comandate che rallentavano tutto proprio quando volevo correre, al di là di chi c’è ancora, di chi non c’è più, di chi non c’è mai stato sul serio e si trovava soltanto a passare perché quel giorno non c’aveva altro da fare, ho creduto di essere felice più volte, nella casa che ho lasciato e forse la felicità è proprio quella e nient’altro: credere di esserlo.

Una domenica che era maggio e giocava il Napoli sono tornata per l’ultima volta a prendere alcune cose che avevo lasciato e mi è sembrato un fatto imperdonabile che me ne fossi andata. I saluti ai commercianti della zona, quelli che nel corso degli anni mi avevano preso prima in simpatia e poi in confidenza, me li ero imposta come ci si impone una confessione, ma quel giorno, con il mio ombrellino del cazzo, sono andata a posizionarmi nel punto esatto di via Foria da cui si può vederla tutta, da un capo all’altro fin sopra la Doganella che sembra una pista d’atterraggio. Se qualcuno m’avesse chiesto, in quel momento, di disegnare su una mappa i miei percorsi degli ultimi anni, ne sarebbe venuta fuori una croce lunga, con un asse che partiva dal Museo e arrivava fino quasi alla Stadera e l’altro che dalla Ferrovia saliva sopra il Moiariello.

Eppure l’ho lasciata, la croce e la mappa della municipalità 3 che mi sembra d’aver amato più di quelli che l’amministrano: nel cestino bianco, sul tavolo della cucina, scuro e solido, compagno di migliaia di pomeriggi, quello su cui ho cominciato a scrivere questo post, quello su cui ho scritto tanto.

Ora, dopo 10 anni che sembrano volati, ora, ho una scrivania. E anche se c’entra molto poco con la storia della canzone e tanto, tantissimo con la domanda che mi sono fatta centinaia di volte negli ultimi mesi e cioè “Ragazza, dove credi di andare?“, mi viene da mettere su “Joanne” di Lady Gaga e sorridere, molto, al verso: Honestly I know where you’re going, and baby you’re just movin’ on.