Estate Altrove, Capitolo 3

Sai, quando ti ho raccontato di Dublino e di Lisbona, ho tralasciato una cosa importante, che forse hai intuito comunque. Non ti ho detto che io, con entrambe le città, ad un certo punto sono dovuta scendere a patti e dire, tra me e me, “senti, caro agglomerato di case e strade e monumenti, sono venuta fin qui per te. Per te ho superato la paura di volare, per te ho speso soldi: voglio conoscerti, per quel poco che posso nei pochi giorni che ho. Che ne dici di rendermelo appena appena più semplice, tanto poi me ne vado?”. Lo so, suona un po’ strano, ma sono un po’ strani tutti i discorsi che facciamo senza dar loro accesso al varco delle labbra, e sono certa che ne fai anche tu.

Di lei ho scritto molte volte, per giornali e pubblicazioni, ma soprattutto per me stessa, per non perdermi l’idea vaga e insieme certissima che mi aveva lasciato. Ho scritto, ad esempio, del fatto che questa città è tutta un cantiere, ma che il continuo lavorio che pure fa rumore e ostacola qualche passaggio, non porta il caos che penseresti, non ti mette di cattivo umore e basta, anzi: ti dice che c’è da fare, molto, moltissimo, e che puoi farlo, subito, ora, qui. Perché Berlino – ho scritto ancora, questa volta in una lettera – è un posto che ti fa sentire l’importanza del presente: il passato ce l’hai sotto i piedi, nei musei, sui muri, tra le pagine di un libro; il futuro nelle architetture, nelle idee, basta alzare la testa, e in mezzo ci sei tu.

Nel bel mezzo delle cose che accadono, cosciente di ogni cosa che fai, padrona di quello che senti. Mai sentita più a casa che qui, nonostante non capisca una parola di tedesco. Mai sentita più libera che qui, senza bisogno di una mappa per trovare me stessa o la strada che voglio fare, io che delle mappe faccio feticcio, io che su me stessa e sulle mie strade ho sempre più dubbi che certezze.

Ma la prima volta arrivai piena di perplessità, credevo di saperne molte cose che non facevano rima con vacanza quanto con full immersion in materie che stavo studiando, tipo la storia del 900, l’architettura Bauhaus, il cinema espressionista e Christiane F., la dolce, bellissima tossica di “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, inchiesta giornalistica, mio romanzo di formazione durante l’adolescenza.

Un po’ era vero, anzi: era molto vero. Non immaginavo, però, l’effetto che mi avrebbe fatto ritrovarmici dentro. Mi trovai catapultata a Schönefeld – sembrava ancora un aeroporto dell’Est – e poi sulla S-bahn, non ricordo se la linea 9 o che, passai davvero davanti a Gropiusstadt, il quartiere progettato da Walter Gropius nel 1960 e in cui Christiane aveva vissuto da ragazzina, approdai in Alexanderplatz sentendomi come nella canzone scritta da Battiato, cantata da Milva. Al Museo della DDR che in pieno centro riproduce un appartamento nei plattenbau, i grandi edifici prefabbricati della Berlino Est, mi prese un po’ il panico, questo lo ricordo chiaramente a distanza di più di dieci anni: mi sembrò di essere intrappolata in una delle cucine piene di vapore della mia infanzia, con la tivù accesa su una puntata di “Derrick”, le tendine alle finestre e un divano nero punteggiato di fenicotteri rosa sotto il culo. Nelle pentole non c’era niente, i fuochi erano spenti, ma nel mio naso sentivo l’odore di riso con la verza. Eppure quell’effetto giallastro applicato come un filtro di Instagram alla mia memoria, mi attraeva, ne volevo di più, ancora: volevo saturare il passato, esporlo, consumarlo tutto, vederlo evaporare in qualche tramonto futuristico su Karl-Marx-Allee o su Otto-Braun-Straße.

Nella stessa data, sul quaderno portato con me, appuntavo: Una gentile voce femminile mi annuncia, per tempo, che il tram sta girando su Mollstraße (mooolstchasce), entro al Reichstag alle nove e dieci di sera dopo una fila di un´ora, una fila ordinatissima perfetta tra inglesi cinesi spagnoli, mentre sul Tiergarten alle mie spalle scende uno spicchio geometrico di luna arancione. Bevo l´ennesima berliner weiße rot, l´ennesimo apfel schorle stesa sul Lustgarten davanti il Dom. Il Berliner Dom. Sul Französischer Dom invece ci salgo, 235 scalini, salgo anche sulla torre della televisione. Vedo Eli e Chris agli Hackesche Höfe e il nostro parlare ha quattro stadi (italiano, inglese, traduzione dal tedesco, traduzione dall’italiano) e due posti dove sedere, un cortile e una tascaria. Vado agli archivi Bauhaus, sogno quegli archivi da anni e quando ci arrivo io non si può entrare, non ci sono esposizioni, e il massimo è camminare attorno alla costruzione con l´audioguida in inglese. Vado al Museo Ebraico. Al Museo Ebraico ci sono delle sale che si chiamano void, vuoti. Non sono riscaldate, hanno una sola presa di luce a 27metri d´altezza, le pareti scure, in pratica sono dei buchi neri all´incrocio della storia, tu ci entri e dietro di te si chiude la porta. A terra ci stanno delle piastre d´acciaio, con due tagli per gli occhi, uno per la bocca. Il manifesto dice che bisognerebbe camminarci sopra per sentire il rumore che fanno, ma la poca gente che resta per più di due secondi sta tutta ammassata in un angolo come se avesse paura o timore o vergogna o che. Io ci resto di più ma sto ferma pure io. All´uscita mi accorgo che ho fatto il percorso al contrario, sono passata prima per le sale di storia recente per finire con le origini. Alle origini sta un albero, ti danno un foglietto a forma di frutto, tu ci scrivi un pensiero e poi sali ad attaccarlo tra le foglie. Di foglie qui ce n’è un sacco, tra Unter den Linden e Potsdamer Platz.

Di quei giorni mi sono rimaste alcune foto in cui la cosa più sorprendente sono le mie guance e il ricordo di una notte in aeroporto ad aspettare l’apertura degli imbarchi dormendo su una linea di sedili in plastica davanti agli uffici di una compagnia aerea turca e una poesia, titolo Papaya. Eccola qui.

Altre volte a Berlino si confondono tra loro: non so dire l’anno in corso, so che una di queste volte il volo dell’andata fu funestato da una serie di turbolenze tipo grossi schiaffoni sul lato sinistro dell’aereo, segnale di tornare a posto e allacciare le cinture. Un temporale, sì, beccato in pieno a mezz’ora dall’arrivo. Atterrammo abbastanza stravolti, così felici di avere i piedi a terra che non ci accorgemmo nemmeno di Eli e Chris che ci aspettavano fuori dagli arrivi con un cartello su cui stava scritta una sola parola, cioè “Aidouannaei”, cioè “I don’t want to wait”, hit di Paula Cole, nota come sigla di Dawson’s Creek. Di quel cartello, di quell’attesa, ho forse una foto che adesso non riesco a trovare; noi corremmo a prendere la metropolitana di superficie per allontanarci di corsa da qualsiasi riferimento allo stare sospesi in aria in un tubo di metallo. Quando ne uscimmo, eravamo in pieno scenario da Metropolis di Fritz Lang, con il maltempo che si addensava sul Fernsehturm.

Tornai ancora una volta ai Bauhaus Archiv – ancora una volta chiusi, maledizione –, andai al Museo della Stasi, andai al Museo del cinema tedesco, andai a Tempelhof, «la madre di tutti gli aeroporti», famoso in tutto il mondo perché qui atterravano i voli del ponte aereo del 1948, andai in non so quanti altri posti. A differenza di altri viaggi, non riuscivo mai a lasciare la città per vederne sul serio i dintorni oltre lo Schloss Charlottenburg: Berlino era, è così grande e piena di cose da vedere, e non parlo solo di monumenti o cose del genere; parlo del cielo, dei palazzi, dei vialoni enormi che sembrano fatti apposta per un rally automobilistico più che per una passeggiata. E invece a me veniva di passeggiarci eccome.

Fittammo una barchetta per fare il giro del laghetto del Tiergarten, ma soprattutto, camminammo. Sempre nel Tiergarten, a questo proposito – la mia capacità di camminare per dieci chilometri distruggendo le scarpe con cui sono partita, l’insita scomodità della cosa per chiunque sia costretto a seguirmi – litigammo. Immagina il momento: coppia che urla in napoletano sotto gli alberi mentre, sulla strada che taglia il parco a metà, passa un corteo di auto dall’aria assai ufficiale, molto politica, forse governativa. Ma chi è, la Merkel? Chiedercelo, aguzzare la vista per cercare di capirlo, placò gli animi: che fosse sul serio la Cancelliera o meno, abbiamo smesso di battibeccare grazie a lei.

La città mi travolse ancora con quell’aria di scampata a tutto, ai fanatismi, alle bombe, alla distruzione, alla separazione e ai confini, facendomi pensare forte che una guerra la si può toglier via dai muri senza per questo negarla alla coscienza, e siccome la coscienza è la strada da seguire, forse il posto giusto per la memoria è lì, a terra, nelle stolpersteine, le pietre d’inciampo in memoria di cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti, di gruppi etnici e religiosi ritenuti indesiderabili dal regime. A Berlino si è vissuto, mentre quella che oggi è storia nota era fatto quotidiano, e il quotidiano e la storia possono correre insieme senza che l’uno sappia dell’altro, se non in pochi, rari momenti fortunati. Non ti conforta sapere che c’è un posto al mondo in cui questa fortuna – sapere che niente è permanente, nemmeno la cosa più tragica, nemmeno la cosa più bella – ti si offre chiara chiara?

Che è sul serio così, la città me lo ha mostrato, per l’ultima volta fin qui, nel 2018, giusto due anni fa. Inverno e primavera erano stati faticosi e assai pieni, l’estate accese loro e me, mi fece bella come non mi vedo praticamente mai, tosta come a volte mi illudo solo di essere. I cocktail del Cecconi ad Alexanderplatz dopo aver camminato per chilometri sotto la pioggia fine fine, l’emozione degli europei di atletica all’Olympiastadion, i dumplings di un ristorantino cinese – qui bisognerebbe aprire una parentesi gigantesca sul cibo mangiato a Berlino, dalla cucina tipica a quella fusion a quella di altri paesi, altre città, sempre buonissima – , e Benedict, locale che è un sogno, in cui servono solo colazioni 24 ore su 24, e in cui, alle due di notte ho mangiato uova strapazzate e non so che altro.

Uno degli ultimi giorni, mi spinsi fino al limite est, per visitare l’ex prigione della Stasi : se hai visto film come “Le vite degli Altri”, sai di cosa parlo, ma con Chris che è nato nella Berlino spaccata a metà e trapassata dal muro, la sera prima avevamo parlato di Ostalgie, la nostalgia per una Germania Est che, forse, non è mai esistita davvero. Me ne sentivo un po’ vittima mio malgrado, volevo redimermi, credo di esserci riuscita guardando foto, leggendo testimonianze, visitando cellette fredde troppo strette per stare distesi, troppo basse per stare in piedi. Sull’aereo del ritorno, il primo volo per Napoli della giornata partito da Tegel all’alba, ero così felice e così grata per tutto quello che avevo visto, per tutto quello che avevo avuto, che mi veniva da piangere.

E mi capitò di fianco una coppietta di rientro dal primo viaggio insieme. Lui, provato dalla fatica, dormiva, la testa attaccata al finestrino, lei no, lei era pimpante, lei aveva voglia di parlare. Con me. Un giorno discuteremo del perché persone che conosco da cinque minuti sentono l’esigenza di raccontarmi la loro esistenza, ma non oggi. Oggi mi faccio bastare la versione in cui quella tizia aveva un po’ paura di volare e, come nel libro di Sophie Kinsella, come nel film di Cameron, aveva preso il suo vicino di posto, la sottoscritta, per una sorta di confessore. Mi prestai ad ascoltare. Il peccato era che Berlino, a quella ventenne, non era piaciuta. Ma non tentai di convincerla, “non fa niente” pensai.

Grazie per avermi seguito fin qui. Prima di lasciarti, come promesso, una canzone, un libro, un fatto sulla settimana che comincia.