Estate Altrove, Capitolo 1


Ti è mai capitato di sognare, proprio quando il termometro sale e tocca i trenta gradi e oltre, il freddo?

Una di queste volte, il sogno mise i piedi e mi portò subito a nord e poi a ovest, mentre tutti quelli che conoscevo declinavano verso sud, sud-est. E mi accadde un fatto strano: riconobbi in un luogo che mi era del tutto estraneo, una traccia di conosciuto. Era agosto anche allora, ero su un autobus a due piani che percorreva la Drumcondra Road e dai finestrini vidi i mattini d’ottobre di tanto tempo prima – me con la cartella sulle spalle, l’odore dei diari, dei quaderni nuovi, tutti da riempire – e mi piacque. Facciamo un gioco: immagina che stanotte abbia piovuto e che le strade, al tuo risveglio, siano ancora fresche e bagnate e grigie. Il sole, lo sai già, non migliorerà la situazione: alla luce, qui, spetta solo d’illuminare, renderti più chiaro il percorso, aiutarti a scegliere tra le molte, possibili vie da percorrere e che ti si aprono davanti come un mazzo di carte. L’autobus ora va veloce verso Sandymount,dove Dublino è già suburbio di case tirate tra erba, cavalli nei cortili, e mare. Il mare, ci tengo a dirlo, non è che non assomiglia a quello di casa nostra: è che ne rappresenta una versione assai più vuota e sgombra, in cui pare esserci spazio per ogni pensiero e la voglia di camminarlo fin quando, di quel pensiero, non esiste più niente. E poi c’è il cielo. Il cielo che non sa decidere se essere grigio o azzurro e su questa perenne oscillazione, più che su una presa di posizione netta, puoi contarci e fondare l’unica sicurezza: pioverà, forse. Ma, più di Fiorella Mannoia anche se nello stesso anno, Francesco De Gregori ha cantato di quanto sia necessario andare e partire nonostante la pioggia, e per due motivi:

1) Potrebbe smettere

e      2) Potrebbe non smettere mai

Il meteo, insomma, non è una buona scusa. L’ombrello, inoltre, è solo un intralcio: c’è bisogno di un k-way facile da mettere e togliere, poco ingombrante, poche richieste d’essere aperto, poi chiuso, e ricordato. Questa parte di mondo assomiglia a una casa messa in ordine un mese fa e poi mai più: quartieri popolari e giardini hanno sì la compostezza inglese della geometria, ma c’è quell’aggiunta di polvere e sporco che dice: qui si vive e non ce ne vergogniamo mica.

La memoria della città è quella dei gesti e delle azioni di chi ci vive e ne fai parte anche se si tratta di un giorno o due, mentre compri un sandwich per poi mangiarlo tra gli alberi del St.Stephen’s Green dove l’estate diventa gita in collina anche in pieno centro, o passando davanti alle magrissime, inquietanti statue del Famine Memorial, poste forse a monito poco lontano dall’International Financial Services Centre. Lungo il Liffey e i suoi quays, passando su di un ponte – il mio preferito, lHa’penny Bridge – mi è sembrato di capire quello che intendeva Joyce quando parlava del desiderio di trovare un varco e andare, che sia per caso o per necessità, rendendo ferma un’azione di movimento, perché ne resti cristallizzata la risolutezza. L’allegria ha un altro nome, ed è craic, come il rumore della risata che si rompe nei pub e tra le strade di Temple Bar di sera, tra chi ha sete e si arrischia tra folla e canzoni di barche e marinai e ordina al banco una stout, che sia Guinness o Beamish o Murphy’s, ma birra scura, niente a che vedere con quello cui sei abituato e, a sbagliare ordinazione può capitare di cogliere il commento di chi è del posto e sorride e ti dice, anche se sei un uomo di trent’anni, che sei una bambina, precisamente una bambina che ha appena cominciato a bere, come se non sapere nulla di caramello e malto significasse non sapere nulla della vita.

Il divertimento ha altri tempi, altri modi: si allunga per strada ma non ne vuole sapere di urlare. Su Grafton Street, che a misurarla è più corta di come la mostrano i film (uno su tutti, Once di John Carney) ma bella di più perché il tempo lo perdi negli angoli, tra i mattoni rossi e le bancarelle di fiori, trovai un pianista, Luke Slott, che si esibiva come fosse in un salotto. Invece era di fronte al Bewley’s Oriental Café, posto in cui, vincendo il timore entrai. Seduta sul terrazzino, ho mangiato una fetta della torta più alta e spugnosa e zuccherosa del mondo che ho visto fin qui, al sapore di zucca. Volevo andare oltre la guida che pure tenevo tra le mani, spaziare fuori dal triangolo Trinity College, National Gallery e Guinnes Storehouse dove pure ero stata, pronta a degustare ogni pinta offerta e ad ordinare uno stufato cotto nella birra (ad agosto, sì), volevo mangiare qualcosa di diverso dal fish’n chips di Leo Burdock.

Avevo freddo, comprai una felpa blu scuro che ancora conservo gelosamente, me ne andai a Meeting House Square per il mercato, verso gli Iveagh Gardens e poi, in una chiesa carmelitana fuori da ogni raccomandazione turistica, la Whitefriar Street Church, dove trovai, custodite in una piccola scatola di legno dietro una teca, le reliquie di San Valentino (sì, tra tanti santi, proprio lui!). All’epoca mi veniva un gran mal di testa al solo pensare a faccende di cuore, però quella scoperta, lì, in quella chiesa in cui ero entrata solo perché era aperta, mi lasciò un’impressione assai strana, vaghissima e pesante insieme, come una specie di nuvola densa che tentai di svaporare poco dopo, in un pub sul Grand Canal.

Il giorno dopo, biglietto per la Dart, la rete ferroviaria della contea: da un capo c’è Howth, dall’altro Bray, intorno il mare. Tenevo tra le mani un brick di caffé americano bollente come una torcia di legno, scoprivo – ancora di più – che l’estate aveva acque gelate in cui stanno a mollo solo pescherecci e foche a cui dar da mangiare (ricordo ancora il loro verso, un uuuuuuuuuuuh! lunghissimo e gutturale per protestare, per dire: ho fame!).

Come forse si nota dalle foto, amai Howth subito, moltissimo, soprattutto per la paura che mi fece. Non mi voleva bella, anzi, mi spettinava e batteva su un molo deserto, mi terrorizzava su una scogliera a strapiombo, mi stancava sul sentiero franoso e poi mi faceva salva e viva all’arrivo, sazia di pesce freschissimo mangiato in un ristorantino di fronte al porto. Bray, invece, mi sfamò di pancakes al formaggio e salmone, quelli del chioschetto bianco della signora Gillian, davanti ad un immenso lungomare di sassi. 

mi pareva dicesse, ad un orecchio poco attento, questa terra, questo mare in cui non ci si poteva bagnare. Ma a me che ascoltavo davvero, che volevo ascoltare, stava dicendo un’altra cosa. Diceva:

Quante di queste cose che ti ho raccontato fin qui esistono ancora? Non lo so, non voglio saperlo. L’ho deciso mentre ti scrivevo, quando ho scoperto che il Bewley’s Café dalla meravigliosa facciata non esiste più causa pandemia, con 110 posti di lavoro persi, oltre che a tutta l’atmosfera e la storia. Anche della signora Gillian, che seguivo sui social, non trovo più traccia.