Estate Altrove, Capitolo 4

Ho cominciato a viaggiare tardi e per anni sono stata perseguitata dalla sensazione di aver viaggiato comunque poco. Cioè: non abbastanza per fare confronti. Non abbastanza per dire, “ah, ma all’estero, sai”. Non abbastanza per aver voglia di risalire su un aereo appena scesa a Capodichino, insomma. Dei posti che ho visto, mi portavo dietro le idee e le soluzioni, sognavo di replicare l’organizzazione degli Hackesche Höfe a piazza Bellini al più, ero abituata a passare per l’ingenua che trova una certa poesia anche in via Nuova Poggioreale e, non so perché, mai mi aveva sfiorato l’idea che certe cose, certi fatti che avevo visto malgrado le circostanze, potessero diventare, un giorno, racconto. Come quello che faccio a te oggi, per intenderci. Niente nella mia vita – non una particolare predisposizione familiare, non un certo patrimonio economico spendibile in viaggi appena qualcosina va male – mi poteva far pensare che avrei viaggiato: almeno fino ai ventisei anni, per me, era assai prendere la tav per Roma. Poco più di cinque anni dopo, ero su un volo transoceanico lungo 15 ore se teniamo conto degli scali.

Mi piace molto quando la vita dimostra più fantasia della sottoscritta. Mi piace molto anche quando la sottoscritta con tutte le sue belle fantasie, guarda il reale che ha davanti e s’accorge che le basta, anzi. La domanda non è più “come”, allora, ma “dove”. E le cose diventano infinitamente più semplici, le cose hanno, finalmente, delle coordinate. Quelle che do io ogni volta mi si chiede consiglio sul viaggio lungo, il viaggio della vita, sono quelle di un’isola che sembra disegnare una virgola lunga sul mare dei Caraibi, tra il golfo del Messico e l’oceano Atlantico. Ma non so dire, in poche parole, il perché. Dico il nome e Bum! La mia teoria del racconto perfetto – quello per cui ho l’attacco e per cui ho il finale – collassa, esplode in una lista infinita di schegge, dettagli, motivi, fotografie, strade e cittadine sulla mappa, e per ognuna una storia, una nostalgia.

Io mi sono strofinata gli occhi una, due, tre volte prima di capire che quella specie di foschia bianchiccia nel neroblu era la Via Lattea. Alla stessa maniera incredula, ho avuto paura che, una volta tornata a casa, non mi sarebbe bastata la luce, perché che ne avevo avuta troppa.

Fare ordine. Cosa ti racconto prima? Cuba è il posto più lontano da casa e, insieme, il posto in cui sono stata più a lungo, abbastanza da sapere cosa sono, cosa ero, cosa potrei essere, non lontano, ma senza una casa. Casa, qui, va inteso non tanto come edificio, struttura, quattro mura attorno a te e un tetto sulla testa, ma come fatto assai più intimo e interno: il luogo fisico e sociale che ti ha abituato alle sue regole facendotici crescere dentro. A L’Habana come a Trinidad come a Santa Clara come in qualche campagna spersa dove i nomi dei villaggi sono Soledad – Solitudine, El No – Il No, Mal tiempo (qui non c’è bisogno di tradurre) o Ojo de Agua – Pozza d’acqua, al El Salto de Hanabanilla o su una spiaggia di sabbia come borotalco a Cayo Largo del Sur queste regole non è che non funzionano: è che dopo un po’ non te le ricordi più, perché hai un’altra esigenza: devi credere alla possibilità che le cose vadano a posto da sole senza che tu partecipi, ti industri, pensi di avere un potere individuale. Devi, più precisamente, credere nell’innata bontà delle persone e nel loro spirito di cooperazione. Altrimenti, te lo dico, non vai da nessuna parte: ti fotti di paura e di cattivissimi presagi e mille impedimenti e basta. Sulla base di questo presupposto, la qui presente che ti scrive, si è ritrovata in auto in un non meglio precisato punto sul circuito sur dell’autopista con, ai posti di guida e primo passeggero, due semisconosciuti muniti di una specie di coltellaccio-machete acquistato pochi secondi prima fermando un contadino a cavallo che percorreva la nostra stessa strada.

Mannaggia la morte, mannaggia tutto, chi me l’ha fatto fare, mo finisce come in quel film, come si chiama quel film in cui ammazzano i turisti per tutto un fatto di traffico di organi, Turistas! mannaggia a me, mannaggia a me: furono questi i miei pensieri in quel momento, che mi portarono a temere per la mia esistenza per circa ore tre. Ma se oggi, di tanto in tanto, questa storia viene fuori come esperienza paradigmatica per momenti in cui si dubita del prossimo, significa che i miei timori erano ingiustificati. La lezione, dunque, quando hai paura di qualcosa è di tenere nel giusto conto entrambe le possibilità:

1) si, forse stai per morire ammazzata;
2) no, cara, nessuno ti farà del male, del resto Omar aveva davvero bisogno di quel coltellaccio-machete e mentre tu lo pensavi un potenziale assassino, lui, con lo stesso accento di Mike Bongiorno, elencava i nomi delle piantagioni fuori dal finestrino, producendosi in una simpaticissima cantilena monocorde:

Ce l’ho ancora nelle orecchie questa enumerazione. Omar è stata una delle fortune del viaggio, il regalo che ci ha fatto Cuba subito, sulla fiducia, appena arrivati: la nostra guida. Adesso, il sistema delle guide cubane, come te lo spiego? C’è un’agenzia turistica statale a cui le agenzie di viaggio nostre si affidano, soprattutto se il tuo viaggio è composto di più tappe, soprattutto se hai bisogno di un accompagnatore automunito. Sì, c’è il rischio di una “propaganda” non richiesta, ma credo che nessun tour operator ti direbbe: “Sai, a te vendiamo una cartolina, ma in realtà questo posto fa schifo”. Inoltre, l’autostrada cubana non è propriamente un’autostrada per come la intendiamo noi: si avvicina abbastanza chiaramente invece ad alcune strade statali del Cilento o dell’Irpinia, parlo di tratti non necessariamente illuminati, non necessariamente delimitati dai guardrail, non necessariamente perfetti nell’asfaltatura, con baracche di venditori di verdure e autobus che si fermano in piazzole semisperse per caricare gente che va a lavorare in qualche campagna. Io non potrò mai ringraziare abbastanza per aver avuto Jorge alla guida su questi tratti e Omar a lato, ad indicarmi piante da frutto e non.

Istantanea di Omar che indica ridendo la mia pelle bianchissima che sembra un neon nel nulla accesissimo da qualche parte fuori Cienfuegos. Secondo Omar, non posso essere italiana. Gli italiani, lui lo sa, ne ha visti a centinaia, non sono bianchi come me. Data la mia carnagione e la sua esperienza – 79 anni –, decreta: sono sicuramente russa. Mi consiglia di controllare nelle mie discendenze, una volta tornata a casa. Altro scatto, subito dopo: chiedo a Jorge di fermarsi in un non meglio precisato punto oltre la Baia dei Porci perché una mucca gigantesca è comparsa a lato della strada in attesa di attraversare. Scendo per fotografarla. Omar, dall’auto, mi urla dietro: Dile que sonría. Dille di sorridere.

Ho appena fatto una cosa che non faccio mai, quando scrivo: mi sono fermata. Mi sono alzata dallo scrittoio, sono andata in salotto, ho preso lo sgabello, raggiunto il penultimo ripiano della libreria, quello destinato alle guide dei posti in cui sono stata, con le loro belle mappe sgualcite, che il mio uso ha reso inservibili. Prendo quella di Cuba insieme allo stradario che Jorge mi regalò alla fine del viaggio e mi viene in mente una frase di Theophile Gautier che dice: “Come regola, una cosa che diventa utile smette di essere bella”: la tengo appuntata sulla copia di “Storia di Napoli” di Antonio Ghirelli, perché, ricordo, quando lo comprai avevo così paura di rovinarlo che non riuscivo a leggerlo. Che bisognava accettare di rovinare la perfezione delle cose per usarle sul serio e farle proprie, lo sapevo già. Ma che quelle cose usatissime avessero un valore assai più forte e resistente della bellezza e della novità, l’ho imparato a Cuba. A Cuba dove todo sirve – tutto è utile – e dove di qualsiasi cosa, per sapere come è andata, non si chiede di scegliere tra bene o male, ma si dice: Sirviò? Come a dire: è servito a qualcosa? Sirviò! è anche il più grande complimento che ho sentito fare, in un Paese in cui è un bailamme di “mi niña” e “mi amor” detto a perfetti sconosciuti incrociati sul cammino. Sirviò, ad esempio, fermare il viaggio verso sud per accompagnare Omar in ospedale (aveva un fastidio all’orecchio), sirviò seguirlo da un paesino all’altro alla ricerca del farmaco prescritto, sirviò carpire la mutua solidarietà che correva come tratto umano ovunque, soprattutto laddove la sanità mancava il tiro, sirviò subito quando, prima di andar via, lasciammo le nostre scorte di enterogermina e antidolorifici e complessi vitaminici ai ragazzi incrociati in albergo, sirviò qualche mese fa, quando in piena pandemia, sono arrivati medici cubani a dare una mano. La mano era soprattutto cercare di capire.


Ci ho provato, soprattuto per un altro tratto cubano che sul momento ti lascia senza parola alcuna se non una bestemmia. Questo: immagina di stare a 43 gradi (tanti ce n’erano) e sudare da seduto e di avere bisogno di una doccia, almeno prima di coricarti, almeno al risveglio. Ma l’acqua, in questo bellissimo posto che sembra un palazzo bombardato da fuori e una bomboniera moresca all’interno, manca ogni giorno, dalle undici del mattino a boh. Manca nonostante il fatto che al punto 3 dei servizi offerti c’è proprio questo bene primario, spiegando i motivi per cui si potrebbe anche bere direttamente alla canna, ma forse è meglio di no. Manca anche se pensi che la situazione possa essere facilmente risolta andando in un supermarket o in un chioschetto. Manca perché, per quanto la regola non sia chiara, non è detto che chi vende la Tukola (la cola alternativa prodotta in patria) o altri refrescos abbia anche della acqua destinata alla vendita, anzi. Lo stesso vale per i negozi dove ci sono file diverse in base a cosa acquisterai e le balle di minerale, quando presenti, sono esposte su quegli espositori centrali come merce importante, prima del banchetto dove la carta igienica è venduta a rotolo singolo. Insomma, faresti prima a lavarti con il rum invecchiato di sette anni, che sugli scaffali non manca mai.

Un giorno, stanca, stravolta, cotta, frustrata, chiamo la ragazza al banco reception, le chiedo lumi su quando potrò farmi una doccia o almeno una lavata di faccia, nel mio spagnolo appena rimpolpato dalla full immersion e dalla rabbia e dai morsi di zanzara.

Ora, sul quando, immagina un secondo di silenzio a mo’ di risposta, un secondo che tu dall’altra parte intuisci dedicato a darti una risposta dettagliata, un orario di massima, insomma, una reale informazione su quando il tuo sacrosanto diritto a metterti sotto l’acqua ghiacciata sarà di nuovo nel tuo esercizio. Ed ecco, la voce della ragazza! Con il tono più dolce e accogliente e suadente del mondo ti comunica due parole due prima di mettere giù.

Le due parole sono:

La filosofia del NO SABE cubano, da applicare e raccomandare a tutti gli ansiosi del mondo, a tutti gli stressati dal futuro che non è mai quello che credi, a tutti i fissati con i piani dettagliatissimi e le agende piene di farò e dirò, a tutti quelli che credono di avere sacrosantissimi privilegi, benefici, sicurezze, come quella che l’acqua esca dal rubinetto a richiesta e sia potabile. Credo di aver letto, da qualche parte che ora non ricordo, di una meditazione in cui il mantra è “non lo so e va tutto bene”. A Cuba la meditazione te la fanno fare a forza di attese annunciate con gioia in cui non si tratta di sperare che vada tutto bene, ma di sapere che prima o poi qualcosa succederà, forse proprio quella che vorresti tu, oppure no. Oppure no sabe, per l’appunto. L’approccio, ovviamente, va adottato con cautela: se io l’avessi fatto ogni volta, ad esempio, probabilmente avrei perso il volo del ritorno e sarei ancora lì, senza più denaro contante, seduta nel magnifico atrio dell’Hotel Sevilla con i miei bagagli, persuasa che la macchina già pagata che deve portarmi in aeroporto stia per arrivare da un momento all’altro (non sto qui a raccontarti le corse che ho dovuto fare, le contrattazioni a cui ho dovuto dare luogo, per avere una seconda automobile e raggiungere effettivamente le partenze internazionali).

Ma prima di tornare, mi confondo ancora: quel mese o quasi passato a Cuba ha ancora troppo da mostrare. Ad esempio, io devo dirti di quando abbiamo lasciato la città per scendere verso sud e per quanto dissestata fosse la strada che stavamo facendo, per quanta necessità avessimo di arrivare a destinazione prima che calasse la sera giacché l’illuminazione puoi scordartela una volta sceso il sole, nonostante anche il fatto che le uniche informazioni attendibili per orientarsi fossero i cartelli con il nome della finca, il fondo coltivato che si estendeva fino a dove arrivava il nostro sguardo oppure – ed era la stragrande maggioranza dei casi – gli slogan e le immagini di propaganda del tipo: “Davanti al Che fatto con le pietre siamo già passati”, quello che ho visto era così dignitoso e colorato da meritarsi almeno la cortesia dell’attenzione. Così Cuba è diventata, per me, una sorta di passino che filtra l’esistenza: separa quello che vuoi da quanto ti è indispensabile. Distingue anche tutta una serie di fatti importantissimi, vicende che reputi di vitale importanza, dalle stronzate che ti sei detto fino a quel punto.

Una donna, a Trinidad – che è un posto così povero che le strade sono fatte coi ciottoli del fiume – mi ha lasciato entrare in casa sua e ai complimenti ai suoi bambini, ha risposto ridendo, chiedendomi se mi andava di portarne uno con me visto che mi piacevano così tanto. Dopo, quasi a scusarsi, forse per timore di avermi impressionata, mi ha regalato una collana fatta con i semi della frutta (e no, non ha voluto denaro in cambio). Con Yuné, signorina caraibica molto simpatica (e anche molto bona, sì), animatrice del villaggio in cui sono approdata sul finire della permanenza, strinsi una specie di amicizia basata su un solo presupposto di simpatia: a lei piacevano le mie unghie (all’epoca le portavo lunghe, limate e dipinte dall’estetista, non come adesso che le mangio a pelle), a me piacevano i suoi consigli. Uno su tutti, me lo diede parlandomi della sua vita e degli scazzi del fare l’animatrice in un resort all inclusive in cui la gente paga e si aspetta di trovare non solo colazione-spuntino-pranzo-spuntino-cena + alcol servito direttamente in piscina ma anche la pace nel mondo: mi spiegò che lei, quando si trovava a vivere una situazione delicata o particolare o aveva una conversazione poco piacevole, ecco, abbassava l’audio e cominciava a cantare mentalmente la sua canzone preferita del momento. Per me fu una rivelazione tipo terzo segreto di Fatima. Cantare nella mia testa, perché non ci avevo mai pensato?

Ma ci vuole un finale vero, non posso lasciarti con una domanda e basta, non posso non dirti di altri trecento fatti. Devo scegliere, ancora una volta, e non so cosa. Ti lascio con questa cartolina, allora: un giorno, dopo aver visitato il memoriale dedicato al Che a Santa Clara, sono tornata alla macchina e ci ho trovato Jorge che canticchiava la canzone, quella entrañable transparencia de tu querida presencia, per capirci. Lo faceva con una gioia che davvero aveva poco a che fare con la politica per come la conosco. Sapeva d’infanzia, ecco, e io, giovane italiana che si era infilata in una casa cooperativa dell’artigianato uscendone piena di polvere e di prurito o in una fabbrica di manufatti d’argilla, che era entrata nelle case e ci aveva trovato iguane al guinzaglio, che aveva pianto davanti ai delfini, che si era trovata a ballare la salsa con uno sconosciuto cantante da paladar, io, ad aspettare una macchina rotta che non può partire perché manca il pezzo di ricambio, ad ammettere che alcune città sembrano reduci da un bombardamento o a ricevere lettere e abbracci e un sacchetto di sabbia nera della Isla de la Juventud a mo’ di regalo da chi da regalare sembrava non avere niente, tutta gente che non avrei più rivisto e di cui ignoravo l’esistenza, una sera, mi sono trovata a vergognarmi di non sapere – non tutto –, senza che la cultura del No sabe fosse capace di assolvermi davvero.

Giù fino a Sancti Spiritus dove un temporale caraibico tagliò ogni comunicazione e fece uscire le tarantole, in una qualche locanda di campesinos e poi a ritroso e poi un aereo gaviota ad eliche su cui avevo moltissima paura di salire, un autobus rosso su una avenida e una calle a scansare con la testa i rami dei flamboyant, l’albero dai fiori rossi icona nazionale tra le tante, e poi la piazza vuota sotto il sole, le spiegazioni lente dei volontari del Comités de Defensa de la Revolución, le aule scolastiche che sembrano quelle di Don Milani, l’autopista – l’autostrada mai completata dopo la dissoluzione dell’Urss e la fine degli aiuti sovietici –, la gente ai lati che provava a vendermi formaggi e corone d’aglio come da noi capita per i fazzolettini, e il mio no, no grazie, non posso, non so come fare, non so come lasciarvi alle mie spalle e basta, dietro di me, quando l’orizzonte di Cuba è una specie di piano inclinato in avanti, su cui scivolo io e tutte le mie bellissime convinzioni.


Come al solito, ma questa volta di più, grazie per avermi seguito fin qui. Prima di lasciarti, come promesso, una canzone, un libro, un fatto sulla settimana che comincia, l’ultima che passeremo insieme. A questo proposito, tieni d’occhio il mio profilo Instagram nei prossimi giorni perché c’è un piccolo contest ;-)