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Cose che ho imparato nel 2018

o anche

L’anno della bicicletta e altra roba utile soprattutto se

nel 2018 ti sei lanciata su una discesa da bendata

 

Non scrivevo un post da un botto e volevo scrivere un post da un botto. Cose di lavoro e di altre scritture. Poi mi sono accorta che il post che non scrivevo e quello che volevo scrivere era lo stesso, era quello sulla FINE DELL’ANNO.

(musica drammatica)

Ua! È finito l’anno?

Pare di sì. E pare anche che questo anno tostissimo che in certi svariati punti ha fatto proprio schifo, io l’ho adorato.
Non c’è un altro modo per dirlo: l’ho adorato il 2018, sì.
Anche se non ho fatto tutto quello che volevo.
Anche se non ci sono state tutte le cose che volevo.
Anche se ho avuto sempre la sensazione di non riuscire a mettere una scopa (mettere una scopa means vincere almeno una manche della classica partita a carte).
Anche se (al solito) mi è venuto più facile stare con la testa (e il cuore) tra le nuvole che con i piedi per terra.
Anche se a terra ci sono finita comunque e solo l’avere la testa e il cuore tra le nuvole mi ha evitato di spaccarmi il muso, il naso e permesso di tirarmi su. E se proprio non volevo guardare avanti perché avanti pare sempre che non ci sia granché e che si metta un piede nel vuoto, presa da moltissime paure – la mia sfida è sempre averle tutte, come le figurine, così le consumo, ci gioco, completo la raccolta – sono riuscita a guardare in alto.

E in alto ci ho trovato pezzetti di cielo.

Chiamalo poco, il cielo.

cielo fuori dalla mia stanza, 19 gennaio 2018, Budapest. Avrebbe nevicato di lì a poco.

Non vorrei sembrare troppo zen – se lo sembro mi frega comunque poco – ma per la prima volta dopo moooolto tempo – così tanto tempo che non mi ricordavo manco più com’era e se era sul serio mai accaduto prima –, nel 2018 il conto dei miei “Avrei dovuto fare” è andato in pari con i miei “Sono riuscita a fare”, a cui dopo un po’ si è aggiunto il “Guarda, riesco a farlo senza mani!”, come quando si risale in bicicletta dopo un lunghissimo periodo (questa è una cosa che non ho fatto, no, ma di strafacciarmi a Berlino non mi pareva il caso neppure stavolta).

A proposito di cieli, sono stata fortunata. Cielo sopra la mia testa, agosto 2018, Lustgarten, Berlino.

Ci sono stati, però, diversi momenti  in cui mi è sembrato che in bicicletta, senza mani, mi ci avesse fatto salire non la mia volontà o il mio sprezzo del pericolo, ma qualcos’altro, qualcun altro, magari qualcun altro di cui mi fidavo e che aveva avuto la cura di bendarmi prima di lanciarmi su una discesa con una bella pacca sulle spalle.

Adesso, le possibilità erano due:

a) fottermi di paura e strafacciarmi più o meno consapevolmente, bestemmiando l’universo mondo me stessa compresa

b) mettermi a cantare Unstoppable di Sia, soprattutto quando mi sono accorta che i freni non mi erano d’aiuto

La novità del 2018 è che, ho scelto la seconda. Perché?
Prima di tutto perché è Sia, che in questo anno ho chiamato Zia Sia (pur lontanissima e ignara ha fatto per me cose che solo un parente che ci tiene molto). Poi perché per un po’ di anni la percezione era stata il contrario e la paura quella di essere stoppabilissima da qualunque cosa, persona, animale, essere vegetale e transito di pianeti dell’intero sistema solare.

Pedala soffrendo come Coppi sul passo del Pordoi
e fingi di non notare che questa è una ciclette

questi erano stati gli insegnamenti since 2013

Nel 2018, da subito, è stato chiaro che dalla ciclette era saltato – o era stato fatto saltare – il fermo e i chiodi. Nella palestra in cui andavo un tempo, di fronte alla zona ciclette c’era una lunga vetrata: nel 2018, da subito, è stato chiaro che l’avevo metaforicamente sfondata. Fortunatamente la strada, sotto, era vuota. Che significa anche libera.

La cosa più importante che ho imparato nel 2018 è stata allora: tu metti i piedi sui pedali.
L’altra cosa più importante che ho imparato nel 2018 è stata: continua a pedalare.
L’altra cosa ancora, last but not least, è stata: se stai piena di metaforici taglietti sanguinolenti, punta i piedi a terra e cazzo, fermati. Togliti ‘sta benda, trova dei cerotti, trova del disinfettante, cerca una cartina, guardati intorno e prova a capire dove sei: è la direzione giusta? Ti piace quello che hai attorno? E se sei stanca, sei capace di riposarti? E se hai fame, riesci a dire a te stessa come faresti con un altro: mangia e bevi e dormi, prima di ripartire?

Adesso, che l’equilibrio sia nel bilanciare il movimento con lo stare fermi lo sapevo dai tempi della scuola di salsa cubana in una specie di scantinato rimesso a nuovo dietro Piazza Nazionale, ma quest’anno mi è sembrato di avere una specie di prova provata dei benefici della cosa: muoversi può fare spavento se si pensa a cosa e chi ci si lascia alle spalle quando ci si muove, soprattutto se quella cosa e quel chi, non puoi portarlo con te (magari con te non ci può e vuole venire e comunque non ne ha fatto alcuna menzione). Fermarsi, allora, può essere una condanna, la colpa di essere se stessi, così inamovibili sugli affetti da dimenticare il primo, il più richiesto, il più difficile, quello verso se stessi.

Alla fine del 2017 sono arrivata con una semi certezza tremenda, cioè quella di essere una persona orribile che meritava, per questo, cose orrende. Sentivo di aver sbagliato a esprimermi e di aver sbagliato a chiedere lumi. Sentivo di non aver il diritto di farlo – un po’ come canta il mio amato Morrissey in Bigmouth strikes again – . Sentivo che il mio tono, le mie parole, non importa quali, fossero di troppo. Ero convinta, in un certo senso lo sono ancora, che rimpiazzarmi fosse un fatto semplice e anche dovuto, anche per quelli che consideravo insostituibili. E infine, e questo lo immagino un fatto quasi consequenziale, che m’ero presa in giro da sola a pensare di poter far conto sull’attenzione di qualcuno, a meno di non presentare formale richiesta con marca da bollo ed essere messa in agenda come un appuntamento dal dentista. Sono pensieri brutti, sì. E anche non del tutto giustificati.

Però. Però in loro ho trovato la chiave per una grandissima libertà. La libertà del sapere che se sei una delusione per tutti, in fondo non devi rendere conto a nessuno. La libertà del provare, allora, a mettere in discussione non più gli altri (a cui non frega poi molto della tua messa in discussione ed è forse giusto così) ma sé stessi. Ho cominciato il 2018 provando a dare ragione e provando ad accettare, finalmente, motivazioni, parole e comportamenti di tutti quelli a cui tenevo. E se in alcuni casi questo significava non avere né motivazioni, né parole, né comportamenti ma solo silenzio e assenza, io li ho presi come un dono; se questo significava sentirsi addosso le colpe di alcuni gerarchi nazisti minori, se questo significava essere dipinta e trattata come una stronza, se questo significava anche lasciare andare – e avevo assai paura di scoprire che era proprio così – pur non mettendo alla porta nessuno, mi sono premurata di constatare che nessuno c’era e, infine, di chiuderla io la porta, almeno per non prendere (altro) freddo. Poi, come dire: alle porte si bussa e diversi hanno bussato. E le porte si aprono anche per uscire, e allora hai voglia: il 2018 è stato anche l’anno, il superanno, in cui ho ricominciato a farlo sul serio, perché ho smesso di aver paura che, uscendo invece di restare ad aspettare, io mi perdessi qualcosa. 

Infine vengono quelli che, di tanto in tanto, sono passati e forse passano ancora davanti alla mia porta e restano muti a spiare dalle finestre. Quelli che, di tanto in tanto, hanno lanciato o lanciano sassi alle finestre per poi nascondersi quando m’affaccio. Quelli che non c’erano più sul serio già da un bel po’ e parlo di assenze giustificatissime e anche di quelle che più che assenze si chiamano “io non sono mai  stato davvero presente, era solo che mi trovavo a passare”.  Che dire di loro.

Una volta, tanto tempo fa, credo vivessi a Napoli da pochi anni, io e una persona che all’epoca mi era cara più di me stessa ci rifuggiammo dentro la Chiesa del Gesù. Era una di quelle giornate azzurre in cui il sole sembrava aver deciso di sciogliere l’asfalto e noi cercavamo un posto fresco in cui sederci per parlare. Non so come venne fuori, ma ad un certo punto ci trovammo a misurare – più la persona che io – i tempi belli e i tempi brutti di una relazione x per deciderne l’esito: quanta felicità c’era stata, quanta tristezza, e via con il risultato: 4 mesi buoni e 7 da andare al manicomio significa che congeli tutto, concedi una proroga di 2 mesi, fissi un termine con te stessa e da lì tiri le somme, somme solo tue, ma in fondo, l’equilibrio in un rapporto qualsiasi si dà su un solo sentimento ben chiaro che provi prima di tutto tu, poi vediamo l’altro. Risi moltissimo, mi fa ridere ancora oggi la contabilità da salumeria applicata ai sentimenti. Credo anche di avere ancora da qualche parte il fazzolettino su cui provammo l’analisi – non saprei dire dov’è, lo ritroverò tra qualche settimana quando dovrò fare forzato ordine, oppure no -, di sicuro quest’anno quell’analisi l’ho ricordata spesso, l’ho fatta mia, come uno dei tanti insegnamenti per cui ringrazio, tantissimo. Applicarla è difficile, può fare anche un po’ schifo e non era mio costume, ma nel 2018 l’ho fatto. E funziona.

Funziona farsi due conti. Funziona capire. Funziona, finalmente, sapere. Funziona smettere di dirsi bugie. Funziona riderne. Funziona scoprire che hai un credito di momenti belli da riscuotere da anni e che sei invece in rosso con le tristezze, le banalità, le situazioni che già sai come andranno a finire da non farti più nemmeno noia, ma paura nel loro continuo replicarsi. Funziona tentare di cambiare le cose, prendersene anche la responsabilità delle cose. E funziona, infine, farsene una scienza, una ragione. Molti altri che la scienza e la ragione l’hanno (sempre avuta), forse un giorno riusciranno a farsene anche un sentimento. Boh. Non lo so. Non è detto. Non ho potere sulla cosa. Non è compito mio occuparmene.

Non è compito mio insegnare a vivere a nessuno, soprattutto a chi è più grande di me, ha più esperienza di me, ha sani principi più di me e, al massimo, qualcosa poteva insegnarmi e infatti così è andata. Mi hanno insegnato e io ho imparato. La lezione in certi punti è stata la stessa impartita da Madonna nel suo periodo biondo cenere con Live to tell, ma che dire: Meglio così.

Qui le cose, le città, le canzoni, i libri, i film etc. che nel 2018 hanno avuto il pregio di aggiustare il tiro e alla dottrina scandalosamente matura e anche un po’ paracula che m’era stata propinata (o mi ero fatta propinare), aggiungere la poesia, la dolcezza, la leggerezza, la creatività, la passione, la sensibilità che tante volte m’era stata negata, la sensibilità che tante volte avevo negato a me stessa io da sola dicendomi che era la prova di quanto male ero fatta. Sono fatta male, ma credo vada così per tutti.  Il 2018 è stato l’anno in cui ho smesso di farmene un cruccio e ho cominciato a farmene, finalmente, un’idea. Una bella idea. Fatevela anche voi. Auguri!

Il libro così bello che non volevo finire e, insieme, volevo leggere d’un botto – L’uomo che voleva uccidermi, Yoshida Shuichi.

Ho letto e scritto di molti libri quest’anno, da “Come si dice addio” di Laurie Colwin a “In” di Natsuo Kirino, ma di questo libro, trovato per caso su una bancarella di Port’Alba, non ne ho parlato quasi con nessuno e non sono riuscita neppure a rileggerlo da capo dopo averlo finito. È di una bellezza e di una precisione disarmante. Strutturato in una serie di punti di vista sullo stesso crimine – l’uccisione di una giovane donna – non è un semplice poliziesco nipponico, l’ennesimo (io li leggerei tutti, quindi per me non è un problema). Qui c’è l’eventualità che il responsabile e il colpevole possano fondersi e confondersi, l’eventualità che il mandante morale sia la stessa società e che la mano di chi compie il crimine sia infine mossa da cento altre: l’autore non solo riesce a renderle esplicite, ma lo fa anche con una scrittura limpida, che tiene insieme pensiero e azione. Il lavoro di traduzione di Gala Maria Follaco secondo me è spettacolare.

L’album che ho consumato più di un paio di scarpe – Cigarette after Sex dei Cigarette after sex che probabilmente volevano essere molto chiari circa il loro nome

I Cigarette hanno lo stragrandissimo potere di rendermi tutto più dolce e tollerabile e se il 2018 l’ho fatto da incensurata in fondo si deve a loro, nonché a Lust for Life di Lana del Rey. Non apro sull’argomento Lana perché l’ho affontato ampiamente qui. Il 2018 è stato anche l’anno del suo concerto di cui ricorderò sempre il momento in cui mi stavo sperdendo all’Eur e trovai una ragazza con coroncina di fiori azzuri, non ricordo più se siciliana o calabrese, che non solo ci indicò la strada giusta ma ci offrì anche da bere: aveva tipo 3-4 bottiglie di champagne nello zaino.

La cosa più bella che ho visto – Due sconosciuti a Buda

In realtà ho visto molte cose e molte persone bellissime, ma dovendo scegliere scelgo due sconosciuti che probabilmente non si vedevano da un botto e che ho visto incontrarsi per caso e abbracciarsi, il tempo di scattare una foto una mattina freddissima. Poi hanno ripreso il cammino insieme (me ne sono assicurata 2 volte mentre aspettavo il tram)

La cosa da bere buonissima che quando la ordini fai pure bella figura – Il Gewürztraminer.

Trattasi di un vino bianco buonissimo e fruttato. Io di vino, fino a qualche tempo fa,  capivo poco e niente (e se ne capisco qualcosa ora è perché nel 2018 il mio stomaco s’è ribellato a più riprese all’alcol solito di cocktail e birrette). Poi, un pomeriggio che era fine primavera, un amico mi ha portato a provare una cosa nuova e un locale nuovo invece della solita Piazza Bellini in cui cammino come nel salotto di casa mia, ma in pubblico. E la mia vita è cambiata. Gewurtraminer vino dell’anno, da quel momento anche vino del cuore, tantissimo cuore.

La serie che ho visto 4 volte pur essendo appena uscita, confermando la mia capacità monografica quando qualcosa mi piace – L’amica geniale, di cui ho scritto abbondantemente qui e qui ma anche, direi in coppia, The Handmaid’s Tale.

Anche qui c’entrano gli amici. L’amica geniale – il paragone con Lenuccia mi riempie sempre prima d’orgoglio e poi di terrore -mi ha portato un botto di amici geniali sul serio, soprattutto nella – non so quanto consapevole e quanto innata – capacità di vincere la mia ritrosia ai rapporti interpersonali. Era motivata da quanto avevo visto e vissuto nel mio recente passato, loro m’hanno mostrato che esisteva un presente. Senza chiedere futuro, senza chiedermi aggiusti, il solo piacere di camminarsi accanto, parlarsi, brindare, leggere e scrivere e ascoltare e raccontare. Che cosa bella, che grande, grandissima scoperta. E che grande, grandissima scoperta, stare a sentire i loro consigli sulle serie tv!

L’acquisto rivoluzionario del 2018 – I coppapasta. Mo’, pare niente, ma questi impiattamenti sono riuscita a farli solo così! 

La felicità del 2018, a proposito di tempistiche –  Di 12 mesi, 4 me li potevo abbondantemente risparmiare. Gli altri 8, invece, sono stati zeppi di tutto ciò che era abbastanza per quel momento e solo per questo, per questo e niente altro, per il loro spandersi nella mia memoria e farsi consapevolezza anche da qui, mi sono sentita e mi sento fortunatissima. Ho avuto una primavera, ho avuto un’estate, mi meritavo entrambe.

Dalla lettura partecipata di un racconto di Anna Maria Ortese a chi proprio in quei giorni arrivava a Napoli per la prima volta, dai cocktail del Cecconi ad AlexanderPlatz dopo aver camminato per due chilometri sotto la pioggia fine fine all’emozione degli europei di atletica all’Olympiastadion, dalla neve di Budapest e noi partiti di corsa con la certezza di non capire niente, alla certezza di aver capito qualcosa, una sera, guardando la tua amica di una vita in abito bianco.  Mezza Piazza Bellini s’è voltata al grido: Lenù! al mio indirizzo, ma soprattutto, s’è voltato un pezzo di me stessa, sorpresa d’esser meno peggio di quanto credeva, quel giorno e tantissimi altri. Non mi è mancato niente, o meglio, mi è mancato poco. E quel poco non ci sarebbe stato comunque, quindi ciccia.

Il desiderio, che poi dire 2018 o 2019 è difficile – Un un giorno della scorsa estate ho scoperto una specie d’esercizio spirituale, quello dei 100 desideri.

Si tratta di prendere un quaderno e scrivere 150 cose che si vogliono ed essere molto specifici in merito, per poi passare ad una cernita e scartarne 50. Bene, io che pensavo di volere un botto di cose e che 100 desideri sarebbero stati pochi e che si trattava di un giochino da ragazzi, arrivata al desiderio n.14 mi fermai. Non ne avevo altri. Come era possibile? L’ho capito adesso, l’ho capito scrivendo: avevo concentrato tutto in 14 cose che, più che volere, sentivo di dover volere. Da un po’ di giorni mi chiedo delle altre. Le altre sono un botto. L’augurio per il 2019 non è vederle esaudite, ma ricordarmele ed essere io a dir loro sì, sì, sì.