Tagnapoli

Storia di come e quando ho deciso di vivere a Napoli

Dice che la memoria certe volte funziona come una stampante (è una teoria, si chiama “Now Print”), così io dell’11 settembre di un altro anno, non ricordo solo dov’ero e cosa stavo facendo (compravo piccole assi di legno, vinavil e tempera, chiodi, grossi pezzi di iuta poco trattata, mi sistemavo in una stanzetta del chiostro dell’Accademia di Belle Arti) ma anche di un autobus che presi il giorno dopo e del fatto che salirci sopra ha deciso per me molto più di quel che poteva sembrare in quel momento. All’epoca io Napoli la conoscevo ancora pochissimo, erano ricordi di bambina che si affida a chi ne sa più di lei: sapevo i posti ma non come arrivarci, cercavo nei piedi della gente quelli di mio padre, sbagliavo spesso: angolo, traversa e anche fermate della metro.Non chiedevo mai informazioni perché ero più che taciturna: ero muta (lo so, chi mi conosce oggi non crederà alla diciottenne che ero, ma fidatevi: muta). Guardavo, cercavo di capire, magari seguivo qualcuno. E il 12 settembre 2001 io seguii dei ragazzi alla fermata del bus, quella di fronte alla stazione del Museo.

Avevano come me poco meno di vent’anni ma parevano spenderli meglio della sottoscritta. Ridevano, scherzavano. Aspettai, come facevano loro sotto la pensilina, con la cartellina di fogli di carta pane sotto il braccio, cartellina su cui avevo scritto, con la bomboletta, “You’d better watch out of what you wish for” da una canzone delle Hole (volevo molto essere Courtney Love, all’epoca, perdonatemi). Comunque, io stavo lì e alla comparsa di un autobus il cui numero identificativo e nomi dei posti in cui si sarebbe fermato non mi dissero assolutamente niente, feci come se fosse quello giusto: salii. Non so più dove dovevo andare (alla stazione per tornarmene a casa dei miei o al Rione Alto dove c’era la mia stanza presa in fitto?) ma persi di vista nella ressa i ragazzi di poco prima e spinta dalla folla mi sistemai sul davanti, quasi attaccata al gabbiotto dell’autista così, nel caso fossi stata costretta a parlare, l’avrei fatto a qualcuno che poteva rispondermi davvero. Accanto a me c’era pigiata una signora anziana: era vestita di nero, aveva un cencio di busta con dentro il latte, il pane.

Non mi ricordo quasi niente della sua faccia perché non potevo vederla, ma sentivo la sua voce, alta di un’ottava su quella di chiunque altro: svettava, concitata quasi fosse lei ad animare i vestiti e non il corpo. Parlava, in dialetto, di quanto aveva visto al telegiornale il giorno prima. L’attentato. Le torri che crollano. La gente che urla. La gente che muore. Al finire della sua esposizione a cui ormai assistevano decine di persone come ad uno spettacolo teatrale, fece una pausa drammatica. Poi, prima che il silenzio rotto solo dal rumore idraulico delle porte che si aprivano e chiudevano si facesse nero, si voltò e guardò me e altri come se cercasse qualcuno. E fece una domanda, una domanda a cui io risposi con una scelta. Chiese, scandendo bene le parole quasi volesse ripulirle dalla fretta chiacchiericcia di poco prima:

 “Ma io vulesse sapè una cosa, una sola: chisti CAP’I CAZZE che vann’ truvanno? Si ‘o sanno tutt’ quante che so CAP’I CAZZE, perché nun ‘o capiscono pure lloro?!”

I ragazzi che avevo perso di vista furono i primi a ridere, una risata che era come uno scoppio di fuochi d’artificio, ma nel giro di pochi secondi stava ridendo tutto l’autobus, qualcuno fino alle lacrime, tentando di spiegare alla signora che non si chiamavano CAP’ E CAZZ’ ma Kamikaze.
Io non risi, l’ho detto, ero muta. Ma decisi una cosa.
Decisi che forse non avrei continuato L’Accademia, forse non sarei rimasta nella mia stanzetta singola con un letto, una scrivania, una sedia e un armadio e fine, ma cazzo, io avrei vissuto a Napoli.

Pino Daniele e i giovani degli anni Ottanta a Napoli. Grazie. Assaje.

Che essere giovani negli anni Ottanta a Napoli doveva essere un serio rischio e una vera rottura di cazzo, ma c’era Pino Daniele, Massimo Troisi e tutti questi artisti meravigliosi a lavorare assieme senza dire palle stratosferiche sulla città.

Confesso. Sono affetta da romanticismo storico. O è solo che il passato ha il suo fascino e io non ne sono immune. Ma oggi che sono due anni senza Pino Daniele e senza che ‘na jurnata e sole basti a ripianare le cose, mi pare quasi normale. Infatti piove.

Qualche sera fa, dopo un po’ troppo Biancolella di Ischia, con alcuni amici ci chiedevamo quale sarebbe stato il miglior momento per essere giovani in questa città. Per ogni epoca avevamo pro e contro.

Gli anni Ottanta hanno stravinto. Per la musica, per il cinema. Per Pino Daniele, per Massimo Troisi. 

Certo, essere ragazzi allora aveva i suoi grandi problemi: i giovani morti per droga in Italia erano 208 nel 1980, 239 l’anno successivo al punto che Pansa, in un articolo per Epoca, titolo “Il Ventenne modello ’84”, scriveva: «Hai corso davvero un bel rischio, figlio mio che compi vent’anni». A Napoli la situazione era anche peggio: basti pensare che mentre io nascevo, nel gennaio 1983, Eduardo De Filippo visitava la redazione del Mattino e ad un tipografo che gli urlava «Maestro, adda passà ‘a nuttata», rispose: «Guagliò, qua adda passà ‘a jurnata. Vorrei sapere perché una sola generazione deve pagare sulla sua pelle gli errori e i ritardi da Crispi ad oggi». Sempre il Mattino, qualche mese dopo, scriveva: «10 ragazzi uccisi dall’eroina in 90 giorni. Il dramma di 30mila tossicodipendenti si consuma nell’immobilismo».

A Napoli moriva Ettore, 25 anni, trovato sotto un portico del chiostro di S. Anna dei Lombardi stretto in un sacco a pelo e restato per molti giorni senza nome. A Napoli il suicidio diventava per molti l’unica soluzione possibile. Quando si uccise un ventottenne di Secondigliano, ricaduto nel giro dopo la disintossicazione in Svizzera, i suoi familiari fecero scrivere sui manifesti «Pasquale si è tolto la vita per non drogarsi più».

Insomma, tra droga, disoccupazione a tassi altissimi, dismissione, criminalità e cataclismi come il terremoto e il colera, quelli che erano i giovani napoletani all’epoca forse non sapevano manco da quale parte voltarsi. Oppure sì.

Io immagino che quelli che ne sono in qualche modo usciti bene, quelli che ce l’hanno fatta anche se magari non se lo ricordano più ché il passare del tempo ha cambiato i termini di paragone, sono quelli che hanno trovato Pino Daniele. Non voglio ragionare in maniera semplicistica, ma, la mia convinzione è che proprio negli opachi anni Ottanta napoletani, gli anni del terremoto e delle fabbriche, della segregazione urbanistica, dei viceré, della droga, della crisi delle amministrazioni di sinistra e del pentapartito, della Nuova Camorra Organizzata, siano nati gli ultimi modelli narrativi e culturali buoni su questa città, importanti sia rispetto sia alla determinazione dell’immaginario collettivo che alla costruzione della coscienza civile dell’epoca e odierna.

Prendete le maleparole di Pino, dette non per colore ma per rabbia, prendete la sua insofferenza del sentirsi propinare ancora una volta ‘na tazzulella ‘e cafè invece di una mano concreta, prendete la Napoli carta sporca che nessuno conosce davvero o la storia di una transessuale e quella di una prostituta. Prendete tutte le paure di un popolo che cammina sott’’o muro, strette nel tuppo dei capelli neri di Donna Cuncetta, ecco: non sono una gran mano a trent’anni, quando  nun può capì e pure ‘e canzone te fanno fesso?

1420455877_pino_daniele_1600x605

Pino cantava una generazione intera, una città intera, senza alcuna distinzione di classe o quartieri. Dava voce alla paura di restare con gli occhi fissi sulle parole e sui palazzi vecchi, all’ansia maledetta di non ricordarsi più “si stevem’ bbuone cu’ ll’addore d”o cafè pe’ tutt’a casa”Diceva di chi si era rotto degli accomodamenti del potere e rispondeva con la pazzia di essersi “scassato ‘o cazz” . E più di tutto, a far grande lui e piccoli noi oggi, aveva la capacità di mettere in musica e, dunque, contribuire a diffondere, l’assenza di pregiudizi e di barriere. Non conosceva ostacoli neppure nella commistione dei linguaggi – a suo agio tra napoletano, italiano e inglese – e prima ancora, a 18 anni, componeva Napul’è, manifesto suo, della città e, durante uno dei periodi più neri – l’emergenza rifiuti del 2008 – di una possibile rinascita, per quanto non mancarono le polemiche (Pino Daniele appoggiò, infatti, l’iniziativa “Napoli non è una carta sporca” dell’allora ministro Stefania Prestigiacomo). Grazie a lui, anche chi non ne aveva il tempo e l’occasione, conosceva Fortunato che urla perché “tene ‘a rrobba bella”. E i mestieri più poveri e miseri, quelli di chi fatica a sera e chi fa ‘e cartune, trovavano dignità nella poesia. Anna arrivava davvero e ti insegnava che impegnarti in qualcosa è un modo per non essere più soli. E prima ancora che le tematiche LGBT avessero la giusta importanza, dal 1979, è Pino Daniele ad averci detto del  Buono Guaglione con un solo desiderio: chiamarsi Teresa.

E poi c’erano le collaborazioni.

C’era Massimo Troisi, Massimo Troisi da San Giorgio a Cremano.

massimo-troisi-su-napoli-e-i-napoletani

C’era Assaje, testo e musica di Pino, arrangiamenti di Tullio De Piscopo, voce di Lina Sastri, colonna sonora del film ”Mi manda Picone” di Nanni Loy, una commedia nerissima su una Napoli in cui tra criminali, camorristi e poveri cristi un operaio vestito della tuta blu dell’Italsider si dà fuoco (apparentemente) nella Sala dei Baroni, storica sede del Consiglio comunale di Napoli.

Insomma, non che oggi manchino gli artisti napoletani e/o le produzioni su Napoli, eh. Ma secondo me era più semplice, all’epoca, trovare in loro dei rinforzi positivi, umani e un po’ di sincerità, comprensibile ai più, non importa quanti anni hai e da quale classe sociale ti affacci al mondo.

Noi che Pino Daniele lo abbiamo imparato dai grandi quando ci voleva poco ad esser grandi sul serio (tipo 20 anni e il sorriso appena appena sicuro, l’aria appena appena strafottente) non possiamo sapere com’era averlo ragazzo, giovane uomo e artista che si sta facendo conoscere insieme ad altri come lui. Ma se non aspettiamo più che piova per conoscere la vita di una prostituta e sentirla messa in fila accanto alla nostra tanto l’aria s’adda cagna’, se sappiamo che ce sta chi ce penza mentre nuje jettammo ‘o sang’ dint’’e quartieri ‘a Sanità, che a chi ci dice umanità rispondiamo “ammore ammore ammore, che abbiamo avuto risposta persino a quel Quando, dovremmo ringraziarli, quei giovani degli anni Ottanta a Napoli.

Per 3 cose, essenzialmente:

  1. Esserne usciti vivi

  2. Ricordarselo ancora

  3. Averci passato Pino Daniele

È grazie a loro se oggi, diciamo, citandolo “puteva campa’ n’ato anno”. È grazie a loro che sappiamo che“chi è vivo è vivo, chi è muorto, è muorto”

A.A.A. Cercasi libraio, editore, scrittore, lettore, persona
che pensi “stiamo sbagliando qualcosa” e si adoperi per rimediare.

Trovo banali le discussioni sulle librerie che chiudono, come quelle sulle librerie che aprono. Il fatto è questo: se mi chiude un negozio di vestiti, non è che esco nuda. Se mi chiude una libreria, non è che non leggo più. Il mio discorso potrà sembrarvi irrispettoso, ma fatevelo dire da una che ha visto, negli ultimi due anni:

  •  chiudere 4 posti che vendono libri (grandi e piccoli, di catena e non, con supersconti per la chiusura o chiuse di botto senza sconti per nessuno); 
  •  un paio di convegni su quant’è bello fare i librai, ma perché non facciamo tutti i librai;
  •  un botto di scrittori di questa città, me compresa, con libri nuovi in uscita;
  •  un botto di scrittori di questa città, me compresa, che poi il libro nelle librerie di questa città non c’è;
  •  un botto di lettori di questa città, me compresa, che hanno difficoltà a trovare un buon libro da leggere;
  •  un botto di gente che le librerie aprono o chiudono, che me ne importa. 

Allora mi chiedo, e vi chiedo: è normale o è giusto, preoccuparsi per la chiusura di una libreria solo quando la si chiude con la saracinesca? È normale o è giusto, correre a comprare il libro di cui parlano tutti e poi indignarsi se Gian Arturo Ferrari a Francoforte dice, più o meno, ah, guardate, c’è stata una grande moria delle vacche, come voi ben sapete? È normale o è giusto, pensare che una libreria non è solo un posto dove si vendono libri, ma anche un luogo dove se ci vado io domani mattina, e chiedo un consiglio, dico, guarda, mi piacciono questi autori e questi no, adoro Faulkner ma non sopporto i suoi imitatori, mi rispondano? Ecco, di cose così io mi preoccupo, e vi giuro, non voglio che le librerie chiudano, e non voglio che alle fiere dell’editoria mi prenda il panico (mi è già successo, e non per la mole di libri che volevo leggere, ma per quelli con cui non volevo avere niente a che fare). Io voglio qualcuno, libraio, editore, scrittore, lettore, persona, che pensi “stiamo sbagliando qualcosa” e si adoperi per rimediare.

Nella fattispecie, tu libreria che chiudi, posto in cui sono stata tante e tante volte, dove ho conosciuto autori che adoravo, tu, libreria, capisco e comprendo e mi dispiaccio, ma potresti, per favore, non farmi il discorso della crisi economica come crisi culturale?
Perché il fatto è che non è vero che se non ho soldi per comprare un libro, allora divento analfabeta (a me succede ogni mese di non avere abbastanza soldi per comprare tutti i libri che vorrei, ma so ancora cos’è la consecutio temporum). 
E non è vero che se abbasso i prezzi di un libro allora ho più gente che lo compra (se il libro è bello ci spendo anche 20 euro, per capirci). 
Non è vero che un presidio di cultura muore solo perché non ha lo spazio fisico in cui avere domicilio (altrimenti non avremmo avuto gloriosi gruppi culturali nati via lettera). 
Non è vero che la cultura letteraria passa per l’acquisto: la cultura passa per l’educazione alla lettura e quella si può sempre fare, e si fa anche stando attenti alle piccole realtà editoriali, ai piccoli gruppi di lettura, ai ragazzi che dei libri non sanno niente, a chi non ha un posto dove mettersi tranquillo e scrivere, a chi non ha un posto dove mettersi tranquillo e leggere, a chi non ti conoscea chi non ha un posto dove dire la sua in materia di libri e non preoccuparsi di avere un’opinione diversa, a chi cerca uno spazio per far qualcosa di nuovo, a chi in questa città ha 30 anni e ci è cresciuta nei posti che negli ultimi mesi han chiuso, e Dio Santo, si sorprende e ci resta male, ma non sa proprio come aiutarti (un paio di idee le avrebbe pure, eh, e sono qui dentro).